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Carate Brianza, la Cappella della Madonna del Loghetto

La Madonna del Loghetto a Carate

La Cappelletta della Madonna del Loghetto a Carate Brianza fu eretta a metà del XIX secolo, dopo l’epidemia di colera che colpì il paese tra il 1854 e il 1855. In questo articolo ti racconto la sua storia e quella della contrada Loghetto, dove un tempo passava la linea tranviaria che collegava Carate e Monza.

Il Loghetto a Carate Brianza

La Cappelletta della Madonna del Loghetto è il simbolo del quartiere di Carate Brianza che le dà il nome.

Carate, la Cappelletta della Madonna del Loghetto
La Cappelletta della Madonna del Loghetto a Carate

La parola Loghetto in dialetto indica un campo di piccole dimensioni: deriva da Logh, termine che ancora fino a pochi anni fa dalle parti di Calò veniva utilizzato per indicare i poderi.

Nella prima metà dell’Ottocento, il Loghetto a Carate era un campo coltivato a vigna: da tempo faceva parte dei beni della cappellania di Santa Maria de Baggi, antica istituzione fondata da una nobile famiglia locale – i Baggi, appunto – per la celebrazione, presso l’altare del Crocefisso dell’antica Chiesa di Sant’Ambrogio, di duecento messe ogni anno.

Il Loghetto all’epoca si trovava all’inizio del centro abitato di Carate, nel punto in cui la strada proveniente da Albiate si divideva in due.

La strada che proseguiva sulla destra attraversava la contrada di San Simpliciano e si dirigeva verso il ponte di Realdino, permettendo di raggiungere anche il bivio della Chiesa della Madonna di San Bernardo e, quindi, di procedere verso Agliate o Verano.

La strada che continuava sulla sinistra, invece, affiancava il vecchio cimitero e, dopo aver attraversato la contrada del Pozzone, arrivava nella piazza della chiesa; da qui, poi, passando per la contrada di Sant’Ambrogio si poteva andare a Seregno.

Intorno alla metà del XIX secolo, si progettò una strada che consentisse di andare direttamente dal Loghetto alla piazza della chiesa senza essere costretti a seguire i percorsi tortuosi appena descritti.

Fu proprio di fronte a questa nuova strada (oggi via Dante Cesana) che, su un appezzamento di terreno di proprietà della parrocchia, nel 1855 venne eretta la Cappelletta della Madonna del Loghetto.

Lo ricorda, ancora oggi, l’iscrizione visibile sul timpano in alto: “I CARATESI LIBERATI DAL COLERA NELL’ANNO 1855 GRATI QUI PRESSO ERESSERO TRASPORTARONO NEL 1890”.

Epidemia di colera al loghetto a Carate
L’iscrizione sul timpano della Cappella della Madonna del Loghetto

La cappella, dunque, fu costruita dai caratesi scampati all’epidemia di colera che colpì il paese tra il 1854 e il 1855.

L’epidemia di colera

Nel 1854 Carate – come tutto il Lombardo-Veneto – era sotto l’amministrazione austriaca (si era nel periodo compreso fra la prima e la seconda guerra di indipendenza).

Dopo un periodo di grave carestia, nell’estate di quell’anno iniziarono a manifestarsi i segni premonitori di una pericolosa epidemia.

Tra luglio, agosto e settembre, infatti, ben dodici persone morirono per dissenteria (come testimoniato dai registri parrocchiali dell’epoca).

Una situazione simile fece tornare alla memoria dei caratesi il ricordo dell’epidemia di colera che non molti anni prima, nel 1836, aveva colpito la Brianza (e buona parte dell’Europa).

Scattarono, dunque, i primi provvedimenti: vennero soppresse le funzioni religiose e fu proibito il vagabondaggio degli individui ritenuti “sospetti”.

Non solo: gli esercizi pubblici furono disinfettati, come pure le chiese e le abitazioni di chi era considerato pericoloso perché malato.

I contagiati furono destinati alla Chiesa della Madonna di San Bernardo, che si trovava in una zona isolata e lontana dal paese.

All’epoca non esistevano ospedali in zona; pertanto la chiesa fu attrezzata a lazzaretto, allestita con letti che erano stati donati dalle famiglie più ricche di Carate o, più semplicemente, requisiti.

A dispetto delle precauzioni adottate, tuttavia, all’inizio di ottobre a Carate il colera causò la prima vittima ufficiale: si chiamava Rosa Nava.

L’epidemia portò alla morte di altri sei uomini in poche settimane.

Poi, con l’avvicinarsi dell’inverno, il contagio sembrò rallentare; ciò indusse le autorità religiose a organizzare funzioni di ringraziamento che videro la partecipazione dei caratesi in festa.

Ma l’epidemia era ben lungi dall’essere terminata, e si ripresentò l’anno successivo. Tra il 5 agosto e il 3 ottobre del 1855, si contarono – su una popolazione complessiva di circa 2.700 abitanti – 36 morti per colera.

Nel borgo flagellato dall’epidemia, le chiese – aperte a tutte le ore – divennero rifugio e consolazione per i caratesi, terrorizzati e avviliti per tutti i tentativi inani di proteggersi dallo spaventoso morbo.

I fedeli accendevano candele, pregavano davanti agli altari e si prodigavano in innumerevoli voti, con la speranza che il contagio si esaurisse.

In effetti, a partire dalla fine di ottobre l’epidemia parve attenuarsi; in breve si concluse definitivamente.

Ricordando quel che era successo l’anno precedente, però, la popolazione non si lasciò andare a eccessivi entusiasmi.

I caratesi, intenzionati a tener fede ai voti che avevano fatto e ad esprimere la propria riconoscenza a chi – secondo loro – li aveva protetti, decisero di erigere la Cappelletta della Madonna del Loghetto, arricchendola con un affresco (realizzato da un artista di cui non è stato tramandato il nome).

L'affresco della Madonna del Loghetto a Carate
L’affresco della Madonna del Loghetto di Carate

La cappella venne dedicata non solo alla Beata Vergine, ma anche a San Rocco e San Sebastiano. La scelta di questi due santi non era casuale: entrambi, infatti, a quei tempi erano invocati contro la peste e le malattie contagiose, secondo le tradizioni del mondo contadino e del borgo rurale di Carate.

Si pensò, poi, di collocare nella cappella una cassetta per la raccolta delle offerte e delle elemosine dei fedeli.

Un documento dell’epoca, citato dallo storico caratese Germano Nobili nel libro Per le antiche contrade, ne riferiva in questo modo: “Alcuni pii terrieri di questo Comune hanno fatto erigere lungo la strada per Albiate una Cappella dedicata alla B. V. e ai SS. Rocco e Sebastiano e vorrebbero a compimento della medesima aprire nell’edificio stesso una bussola all’esclusivo scopo di raccogliere le eventuali elemosine dei devoti, e usandone l’importo a decoro della cappella cioè per tenervi accesa una lucerna nei giorni festivi, per la manutenzione del fabbricato e, qualora fosse l’offerta generosa, per restaurarla dei danni del tempo e d’abbellirla con pitture”.

La Deputazione Comunale sostenne tale iniziativa, come si legge in una missiva inviata all’Imperial Regio Commissario Distrettuale: “La Cappella di nuovo erettasi al quadrivio per Albiate mediante elargizioni private puramente spontanee venne progetta dal voto unanime di questa popolazione allorché nello scorso anno inveiva il desolante morbo asiatico e fu approvata anche dalla locale Autorità Ecclesiastica. La scrivente [cioè la Deputazione Comunale], che ne fu interpellata se non all’atto di porre le fondamenta della medesima, recatosi sul luogo e visto la regolarità della cosa, si uniformò pur essa di buon grado al desiderio generale di questi abitanti concedendo dal canto proprio l’erezione della Cappella”.

L’Imperial Regio Commissario Distrettuale fu invitato a inoltrare e appoggiare la richiesta di autorizzazione che la Provinciale Magistratura avrebbe dovuto concedere per l’”attuazione della cassetta per raccogliere le elemosine che devono servire al doppio scopo di restaurare la detta Cappelletta dei guasti cagionatili dalle ingiurie del tempo e per accendere nei giorni festivi una lampada davanti alla sacra Immagine”.

Tale istanza, tuttavia, fu rifiutata, con la motivazione che una cassetta per le elemosine avrebbe potuto essere rubata e che “la buona disposizione e la pietà dei fedeli” sarebbero bastate a “provvedere ai piccoli restauri che vi potessero abbisognare ed anche accendervi una lampada senza esservi invitati da una cassetta”.

La Madonna del Loghetto di Carate e il tram per Monza

Sul finire dell’Ottocento, la “sopravvivenza” della cappella fu minacciata dalla realizzazione della linea Monza-Carate del tram a vapore.

Il progetto iniziale della linea tranviaria prevedeva che il tracciato, partendo dalla stazione in via Cusani, passasse per il giardino Buttafava e l’odierna via Claudio Cesana, per poi entrare nel parco di Villa Cusani Confalonieri, superare la strada per Realdino su un ponte in ferro e raggiungere la strada per Albiate.

Questo piano, però, fu accantonato – nonostante i contratti di costruzione ed esercizio con la società britannica concessionaria fossero già stati firmati – a causa di un imprevisto aumento dei costi, dovuto alle spese da affrontare per gli espropri delle aree interessate e per alcune varianti migliorative.

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Si studiò, dunque, un altro tracciato, che ipotizzava di passare per il centro di Carate percorrendo via San Giuseppe, la piazza della chiesa e via Vittorio Emanuele (l’odierna via Dante Cesana) prima di raggiungere la strada per Albiate.

La linea sarebbe dovuta passare proprio nel punto in cui sorgeva la cappelletta. Che cosa fare, allora? Demolirla?

No, non del tutto: i caratesi si sarebbero ribellati. Per questo si decise di erigere una nuova cappella, in posizione più arretrata, trasferendovi l’antico affresco.

Il compito non era dei più semplici, anche perché era indispensabile salvaguardare l’integrità del dipinto, cui i loghettiani erano tanto legati.

Il lavoro fu assegnato al capomastro Alberto Longoni, che – forse per rasserenare i caratesi, o forse perché estremamente sicuro delle proprie capacità – chiese che nel contratto venisse inserita una clausola in base alla quale non avrebbe ricevuto alcun compenso se durante lo spostamento l’affresco fosse stato lesionato.

La nuova cappelletta fu costruita tre metri più dietro rispetto a quella originale; dopodiché si poté demolire la vecchia struttura, eccezion fatta per il muro su cui era dipinto l’affresco.

Questo venne rivestito, lungo tutti i lati, da una lamina in piombo, che aveva lo scopo di proteggerlo dagli effetti dell’umidità; quindi fu meticolosamente imbragato e spostato nella nuova cappella.

Non ci furono danni, e Longoni meritò di ottenere il compenso pattuito.

Carate Brianza, la Cappella della Madonna del Loghetto
La Cappella della Madonna del Loghetto a Carate oggi

E la linea tranviaria? Alla fine fu realizzata anche quella, ma per poter posare le rotaie fu necessario allargare via San Giuseppe e via Vittorio Emanuele: il che richiese l’abbattimento dei caseggiati fatiscenti (ma abitati) che vi si affacciavano.

Carate Brianza, l'Abbraccio degli abitanti del Loghetto
L’opera Abbraccio collocata dagli abitanti del Loghetto nel 1990, in occasione del centesimo anniversario dello spostamento della cappelletta
Abbraccio degli abitanti del Loghetto
La targa in ricordo della posa dell’opera

Tra i caratesi che avrebbero dovuto subire gli espropri, e che in precedenza si erano sempre opposti alla demolizione delle loro proprietà, si riscontrò “in generale molta arrendevolezza” – come riportato da un documento che il 26 gennaio del 1890 il sindaco Albertoni presentò al Consiglio Comunale –, così che fu possibile “risanare varie delle case cadenti nella zona di allargamento”, “rendere più facile e comodo il passaggio” e “migliorare ampliandole” le strade.

La Lega socialista e la Lega cattolica

All’inizio del Novecento, il Loghetto veniva ritenuto la contrada più popolare di Carate.

I suoi antichi cortili accoglievano famiglie contadine e operaie, mentre il Circolo Socialista (che sorgeva in corrispondenza dell’attuale civico 70 di via Dante Cesana) costituiva il fulcro delle attività culturali, sociali e politiche del quartiere, oltre a ospitare la mescita e la posteria: nel grande salone si svolgevano le riunioni sindacali e politiche, ma anche i pranzi di nozze, e la domenica si tenevano le proiezioni dei primi film muti, accompagnati dalle note suonate dal vivo da un pianista.

Via Dante Cesana 70 a Carate Brianza
L’antica sede del Circolo Socialista in via Dante Cesana 70, a poche decine di metri dalla Cappella della Madonna del Loghetto a Carate: a sinistra si riconosce ciò che rimane della scritta Cooperativa

Come scritto da Germano Nobili, procedevano affiancati “l’ideale socialista di evoluzione civile e l’impegno sociale cattolico enunciato dalla Rerum Novarum”.

Emblematico, in tal senso, è quel che accadde nell’estate del 1901, quando alcuni operai del cotonificio Motta di Realdino furono licenziati perché appartenevano alla Lega socialista: i loro colleghi scioperarono e furono sostenuti dalla Lega cattolica di don Costante Mattavelli. La protesta ebbe successo al punto che non solo i licenziamenti furono revocati, ma addirittura l’orario di lavoro fu modificato per risultare più accettabile.

Una contrada antifascista

Negli anni Venti, anche il Loghetto dovette fare i conti con il fascismo: di fronte alle prepotenze del regime, la popolazione del quartiere dimostrò una forte coesione, come evidenziano i due episodi che sto per raccontarti.

Il 23 settembre del 1924, sull’impalcatura del Monumento ai Caduti che si stava costruendo nel piazzale di fronte all’attuale cimitero di Carate, apparve un’effigie di grandi dimensioni di Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario che era stato assassinato pochi mesi prima.

L’intento di chi aveva realizzato quel ritratto era evidente: sottolineare che anche Matteotti era un caduto per la Patria.

Quel che accadde in seguito fu riferito dal deputato monzese Ezio Riboldi nel corso di un’interrogazione al Parlamento. La sera del 23 settembre alcuni fascisti si presentarono a casa del caratese Ugo Fumagalli e lo obbligarono a seguirli; Fumagalli fu portato in un luogo isolato e poi alla sede del Fascio, dove venne preso a bastonate e minacciato di “fare la fine di Matteotti”.

Il mattino successivo, Fumagalli fu preso dal maresciallo dei carabinieri “e tradotto in arresto con altri compagni”, che vennero denunciati per complotto. Agli arrestati fu proibito di vedere i familiari e i propri difensori.

Ebbene, in seguito a tale episodio la gente del Loghetto (“di ogni fede politica e religiosa”, come ricordato da Germano Nobili) si schierò a sostegno delle famiglie dei prigionieri, fornendo loro supporto morale ed economico fino a che gli arresati non furono scarcerati.

In seguito Fumagalli emigrò in America, con l’aiuto della famiglia Cusani, per evitare di subire altre prepotenze.

Negli anni Trenta, quando le autorità del regime giungevano in paese per prendere parte a una manifestazione pubblica, gli antifascisti più conosciuti di Carate venivano fermati e portati al Tirassegno nazionale di Desio, dove erano obbligati a stare fino al termine dell’evento, così che non potessero “dar fastidio”.

Ogni volta che ciò accadeva, al Loghetto – nel cortile dell’ex Circolo Socialista che nel frattempo era diventato Circolo IV Novembre – si allestiva uno spettacolo di marionette: ufficialmente era destinato ai bambini che abitavano nella contrada, ma in realtà era pensato per distrarre, intrattenere e sostenere i figli degli antifascisti trattenuti a Desio.

Una semplice ma efficace forma di solidarietà.

Il restauro della Madonna del Loghetto

Infine, un’ultima curiosità. Nel 1985, il restauratore di Briosco Claudio Fociani, indicato dalla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Milano, grazie anche all’interessamento del pittore Aldo Saruggia intervenne sull’affresco della Cappelletta della Madonna del Loghetto di Carate per restaurarlo, rimediando ai danni causati dal dilavamento della pioggia e alla prolungata esposizione alle intemperie.

Tale restauro, tuttavia, non riuscì a eliminare del tutto il segno della svastica che, alcuni anni prima, un ignoto aveva tracciato vicino al grembo della Madonna, fra i due santi.

La svastica sul grembo della Madonna
Dettaglio dell’affresco della Cappella della Madonna del Loghetto: si intravede la svastica sul grembo della Madonna

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