Ad Arcore Villa Borromeo d’Adda si mostra come un vero gioiello artistico: oggi bellissimo, in passato poco valorizzato o addirittura abbandonato. Nelle prossime righe ti racconterò gli ultimi cinquant’anni di storia di questo complesso architettonico, circondato da un immenso parco aperto al pubblico e spesso scelto come location televisiva e cinematografica per sceneggiati e film.
Tutto quello che ti serve sapere
Arcore, Villa Borromeo d’Adda dagli anni ’70 a oggi
Nel cuore della Brianza, dove il paesaggio inizia a farsi collinare, sorge ad Arcore uno dei complessi monumentali più affascinanti e tribolati dell’intera architettura nobiliare italiana: Villa Borromeo d’Adda.
Da splendida villa di delizie frequentata anche dai sovrani Umberto I e Margherita di Savoia, la residenza è stata nel corso del Novecento teatro di tensioni politiche durante gli anni di piombo, oggetto di clamorosi furti d’arte, simbolo di un lungo e apparentemente inarrestabile degrado materiale e, infine, modello d’avanguardia per il restauro e la valorizzazione dei beni culturali pubblici.
Le vicende che negli ultimi cinquant’anni hanno interessato la villa, le sue scuderie e il suo immenso parco monumentale di oltre 250.000 metri quadrati rappresentano uno specchio fedele delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche della Lombardia e di tutta l’Italia.
Una storia fatta di incendi dolosi, occupazioni proletarie, lunghe e complesse trattative amministrative, ma anche suggestive parentesi cinematografiche e televisive, fino alla trionfale riapertura che ha restituito l’antico splendore alle volte affrescate e ai saloni monumentali del complesso.
L’incendio del 1974
La cronaca di Villa Borromeo d’Adda fa capolino drammaticamente nelle pagine dei giornali nella prima metà degli anni Settanta, in un clima di forte contrapposizione sociale.
In una calda notte estiva del 1974, un incendio divampa all’interno della dimora arcorese, all’epoca di proprietà del conte Emanuele Borromeo d’Adda.
I primi accertamenti condotti dalle autorità non lasciano spazio a dubbi: il rogo è di matrice dolosa.
Infatti, vicino all’ingresso del palazzo i carabinieri rinvengono due taniche di benzina vuote, utilizzate dagli ignoti attentatori per appiccare le fiamme e distruggere le storiche strutture.
L’attentato suscita immediato scalpore nell’intera comunità locale e spinge i carabinieri della stazione locale ad avviare una complessa inchiesta per tentare di risalire ai responsabili e al movente.
In quel preciso momento storico, le supposizioni si concentrano su una presunta vendetta legata alle vicende urbanistiche e sociali del paese.
Ecco cosa scrive il Corriere della Sera nell’edizione del 2 luglio 1974: “Qualcuno del paese potrebbe aver organizzato per protesta l’azione vandalica. Il conte Borromeo, che ha 60 anni e abita a Roma in via Monti Parioli 14, ha detto che non sa spiegarsi perché qualcuno possa avercela con lui. La bella villa di Arcore è stata data in affitto, da tempo, dopo il trasferimento del conte nella capitale, e le sale del palazzo sono ora usate per le aste pubbliche di oggetti antichi”.

Negli anni Settanta, in effetti, la villa è disabitata.
Sempre il Corriere, in un articolo del 20 giugno 1976, riferisce: “Il legittimo proprietario, conte Emanuele Borromeo, vive infatti ai Parioli a Roma, e così pure il figlio Giannetto, deputato del MSI-DN. Il conte ha più volte dichiarato di essere disposto a vendere l’immobile e sull’acquisto il comune di Arcore aveva posto una seria ipoteca, poi non perfezionata per un insieme di motivi contingenti, primo fra i quali gli alti costi d’esercizio sia della villa che dell’immenso parco, di cui la città realmente abbisognerebbe per i propri cittadini”.
L’occupazione del 1976
Proprio nel 1976, a meno di due anni di distanza dall’incendio doloso che l’ha colpita, Villa Borromeo d’Adda diventa teatro di accesi scontri ideologici, venendo coinvolta nell’atmosfera di radicalizzazione politica che caratterizza l’Italia di quel periodo.
È una sera di fine primavera quando un gruppo composto da una cinquantina di persone che si dichiarano appartenenti ai “Giovani proletari del collettivo Kontro” fa irruzione all’interno della tenuta.

L’azione, pianificata nei minimi dettagli, viene ampiamente pubblicizzata dagli stessi attivisti attraverso l’affissione di manifesti politici sui monumentali cancelli della villa e la distribuzione di volantini ai passanti.
Gli invasori, dopo aver spezzato i lucchetti che tengono serrati i cancelli di ferro, penetrano all’interno dell’immenso parco che circonda la villa, riuscendo a fare breccia nel corpo principale dell’edificio, in quel momento custodito da un guardiano.
L’allarme scatta rapidamente e sul posto giungono i carabinieri della locale stazione di Arcore, supportati dai militari del gruppo di Monza; ma all’arrivo delle forze dell’ordine i giovani dimostranti fuggono, disperdendosi e facendo perdere le proprie tracce.
Il collettivo si dichiara animato da un desiderio di rivendicazione sociale e di classe: come si legge nei manifesti, l’obiettivo è “esprimere il diritto dei proletari di Arcore a riappropriarsi di quello che è stato costruito con il loro sangue e restituirlo quindi ai legittimi proprietari”.
Nel corso della successiva perquisizione dei saloni e dei corridoi del palazzo, i carabinieri rinvengono un vero e proprio arsenale di propaganda e di offesa: bottiglie molotov pronte all’uso, bandiere e striscioni.
La contrapposizione tra la storica proprietà latifondista e aristocratica e la nascente classe operaia e proletaria di Arcore si materializza, così, nel perimetro della storica tenuta nobiliare.
Arcore e Villa Borromeo d’Adda al cinema e in tv
Nonostante la chiusura al pubblico e lo stato di progressivo abbandono, il fascino decadente e la suggestiva atmosfera di Villa Borromeo non sfuggono al mondo del cinema e della televisione, che tra gli anni Settanta e Ottanta sceglie ripetutamente la dimora arcorese come set per importanti produzioni nazionali, trasformando temporaneamente le sue sale in laboratori di finzione artistica.
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Qui si girano, per esempio, alcune scene di E tanta paura, un giallo horror interpretato da Michele Placido e Corinne Cléry e uscito nelle sale nel 1976.
Un paio di anni dopo è la volta di Milano… difendersi o morire, con Marc Porel, George Hilton e Anna Maria Rizzoli: la critica del Morandini lo definirà un “filmaccio poliziottesco con violenza ed erotismo a buon mercato”.
Nel 1979 Arcore è il set scelto per il poliziottesco Sbirro, la tua legge è lenta… la mia… no! con protagonisti Maurizio Merli, Mario Merola e Massimo Dapporto. In questa pellicola largo Vincenzo Vela, cioè il piazzale di ingresso di Villa Borromeo, è teatro dello scontro a fuoco in cui muore il personaggio impersonato da Matilde Tisano.
Finiti i tempi di sparatorie, commissari e indagini, nell’estate del 1981 la villa è utilizzata per le riprese de L’Andreana, uno sceneggiato televisivo in cinque puntate tratto dall’omonimo romanzo di Marino Moretti e destinato alla messa in onda invernale sulla Rai: le star del cast sono Gastone Moschin e Ilaria Occhini.
Nel 1982 è Maurizio Nichetti a individuare Villa Borromeo come location per la sua commedia Domani si balla!, che lo vede in scena accanto a Mariangela Melato. Per l’occasione la dimora settecentesca viene trasformata in una casa di riposo per vecchi attori in cui i due protagonisti vanno a realizzare un servizio televisivo.
Due anni più tardi, il regista milanese Dino Risi, maestro indiscusso della commedia all’italiana, gira nella villa arcorese … e la vita continua, un kolossal televisivo in otto puntate trasmesso da Raiuno nella primavera del 1984.
La miniserie, con protagonisti Vittorio Mezzogiorno e Virna Lisi, narra la saga di una famiglia lombarda tra il 1945 e il 1975 attraverso tre generazioni.
Lo stesso Dino Risi lascia una testimonianza poetica e suggestiva della sua permanenza ad Arcore, scrivendo un articolo per il Corriere della Sera pubblicato il 31 marzo del 1984: “Arcore è un piccolo paese dove si fabbrica la nebbia. Da Arcore la nebbia viene smistata in Lombardia e in tutta la valle padana. Nei lunghi mesi d’inverno in cui io e la mia troupe (la mia famiglia) abbiamo vissuto ad Arcore, il bel cielo di Lombardia, ‘così bello quand’è bello’ (come diceva il Manzoni), è sempre rimasto nascosto da un muro di nebbia. Ma noi eravamo rinchiusi nella grande villa, dove un ‘serpentone’ di alluminio soffiava calore e le lampade di Sandro D’Eva, il direttore della fotografia, dalle finestre facevano entrare, quando serviva, il sole”.
In quell’atmosfera sospesa e ovattata, i protagonisti immaginati dalla fantasia di Risi prendono vita tra le antiche mura di Arcore. Il regista, affascinato dal luogo, giunge a formulare una riflessione quasi spettrale e romantica sul destino della villa, e parlando dei personaggi dello sceneggiato scrive: “Credo che si aggirino ancora, perché mi hanno detto che ad Arcore, la notte, qualcuno, passando davanti ai cancelli della villa (che sorge sopra un poggio, circondata da un grande giardino), ha visto delle finestre accendersi e spegnersi. Io credo che questo succeda in tutte le case dove si è girato un film. Le case descritte in un libro non esistono. Le case descritte in un film (anche quelle costruite in teatro) hanno mura, finestre, mobili, tappeti, quadri, si possono vedere e toccare. E i personaggi della fantasia sono spesso più duri a morire di quelli della vita”.
Quale destinazione per la villa e le scuderie?
Intanto, la villa e il parco ormai da qualche anno sono stati acquisiti dall’amministrazione comunale di Arcore, che ne è diventata proprietaria nel 1980.

Nel corso degli anni, tuttavia, la gestione di tale patrimonio si rivela molto complicata.
Il parco, divenuto praticamente una selva a causa di tre decenni di mancata manutenzione, viene recuperato e trasformato in “un santuario verde utilizzato in estate per iniziative culturali”, come riferisce un articolo del Corriere della Sera del 2 agosto 1988.
In quello stesso articolo, però, si evidenziano le difficoltà incontrate per la fruizione della “grande villa, lassù in cima alla collina, da anni inaccessibile e chiusa in un silenzio innaturale”: “il problema con cui si scontrano da una decina d’anni i vari amministratori arcoresi. Ci hanno provato innumerevoli volte senza riuscire a dare vita a questo gioiello dell’architettura lombarda”.
Il fatto è che per il restauro dell’edificio servirebbero diversi miliardi di lire, a cui poi bisognerebbe aggiungere i fondi necessari per la manutenzione.
“I grandi saloni della dimora di campagna nobiliare, un tempo cornice di feste e ricevimenti sontuosi, sono in rapido degrado – scrive il Corriere – mentre nel corso degli anni numerose proposte, anche bizzarre, si sono succedute l’una all’altra”.
C’è chi suggerisce di trasformare la villa in uno spazio pubblico da usare per la celebrazione di cerimonie, mentre l’amministrazione vorrebbe dare vita a un centro congressi di livello regionale; ma si parla anche di istituire qui la sede del museo del Parco della Valle del Lambro.
Tra le idee più originali, una prevede di realizzare una scuola dell’arte e dello spettacolo; un’altra, addirittura, un museo della motocicletta, vista la vicinanza della sede della Gilera, storica casa motociclistica italiana il cui polo produttivo si trova proprio ad Arcore.
Nel 1988 il Comune avvia anche l’acquisizione dell’edificio un tempo adibito a scuderie: un “gioiellino immerso nel verde” – come afferma l’assessore all’Urbanistica dell’epoca, Ettore Molteni – che però versa “in uno stato di estremo degrado”, a causa del quale si rende indispensabile la progettazione di un intervento di tipo conservativo.

Lo stesso Molteni ipotizza che l’edificio sia trasformato in una casa albergo per anziani autosufficienti: proposta che poi non si concretizzerà.
Anche per le scuderie il caleidoscopio di idee e suggerimenti è davvero eterogeneo: si immagina, fra l’altro, di farne la sede di un club di bridge o di scacchi, o di aprirvi una scuola di musica o d’arte.
La carenza di fondi
Nel 1990, a distanza di dieci anni esatti dall’acquisto di Villa Borromeo e del suo parco da parte dell’amministrazione comunale, ancora nessuna soluzione si intravede all’orizzonte per la ristrutturazione e l’utilizzo della dimora.
Lo testimonia il Corriere della Sera nell’edizione del 18 ottobre 1990, con un articolo dedicato ancora alle tante ipotesi che si accavallano per la destinazione della villa: “Uno spazio per congressi, dibattiti, incontri culturali e manifestazioni artistiche. Oppure un centro di rappresentanza, in grado di adattarsi a laboratorio permanente per mostre ed esposizioni. O, ancora, una struttura flessibile che assecondi, con la disponibilità di piccoli spazi residenziali, l’esigenza di un polo per la promozione del ‘made in Brianza’”.

Tutte proposte che si scontrano con la carenza di finanziamenti: come afferma chiaramente il sindaco dell’epoca Giorgio Casiraghi, “le idee di certo non ci mancano. Per le sue caratteristiche strutturali e per la felice ubicazione, in pieno centro, Villa Borromeo può assumere qualsiasi finalità d’uso. Quel che non abbiamo sono invece i soldi necessari”.
In quel periodo, l’architetto Antonio Cappato si occupa di uno studio di fattibilità stilando un piano di spesa completo per i restauri: servirebbero circa 7 miliardi di lire per la ristrutturazione delle scale interne, il ripristino dei pavimenti intarsiati e delle pareti delle oltre 100 stanze, la realizzazione dell’impianto elettrico e di quello di riscaldamento e il recupero degli stucchi.
Una cifra colossale, che spinge l’amministrazione di Arcore a valutare l’idea di coinvolgere nel recupero una o più società private.
Nel frattempo, il Comune completa l’acquisizione delle scuderie Borromeo per una cifra di 300 milioni di lire.
Ecco cosa scrive il Corriere della Sera in un articolo del 20 dicembre del 1990: “Costruite con tecniche d’avanguardia alla fine dell’800, un centinaio d’anni dopo l’edificazione della villa e la realizzazione del parco, le scuderie sono uno dei capolavori urbanistici dell’architetto Emilio Alemagna. Dei 1.700 metri quadrati dell’edificio, disposto su due piani, oltre 200 sono occupati dall’atrio coperto, illuminato da un immenso lucernario e circondato da balconcini in ferro”.

Le scuderie si trovano al piano terra, attorno al “giardino d’inverno” dei nobili D’Adda Borromeo; al piano rialzato ci sono, invece, i vecchi alloggi del personale di servizio.
Anche questi edifici, però, sono stati acquistati senza che ci fosse un’idea precisa su cosa farne; il sindaco Giorgio Casiraghi parla di un centro per attività culturali, ricreative e congressuali, a fronte di una spesa prospettata, per il recupero del complesso, di un miliardo e mezzo di lire.
Il furto del 1991
Mentre la politica discute e i progetti rimangono sulla carta, la villa è facile preda della criminalità organizzata e di trafficanti d’arte senza scrupoli, che ne depredano le decorazioni esterne.
La notte del 4 settembre del 1991, quaranta metri di parapetto di ferro battuto della ringhiera del terrazzino vengono segati e rubati da ignoti; un ulteriore segmento di circa 15 metri “si salva” solo perché è avvolto da rampicanti e la sua rimozione richiederebbe troppo tempo.
La notizia del furto viene riportata dal Corriere più di una settimana dopo: “Scappando con l’ingombrante bottino – riferisce il quotidiano milanese nell’edizione di venerdì 13 settembre – [i ladri] hanno perso alcuni pezzi, ritrovati l’indomani, dopo che il custode della villa aveva dato la notizia del furto. Un buon lavoro, comunque, eseguito probabilmente da qualcuno che ha dimestichezza con inferriate e cancelli”.

Fortunatamente, la vicenda della balaustra si conclude con un clamoroso successo investigativo.
Dopo qualche settimana, una parte della ringhiera viene ritrovata a Parma, esposta in uno stand della mostra d’antiquariato Mercante in fiera; un attento cittadino arcorese in visita alla fiera emiliana riconosce tra i pezzi in vendita il prezioso manufatto, offerto al pubblico al prezzo di 5 milioni di lire.
Pochi giorni dopo, anche l’altra metà dell’artistica cancellata – lunga circa venti metri – viene recuperata dalle forze dell’ordine, che la trovano in un cortile di un vecchio caseggiato di ringhiera del centro storico di Milano, in via Palermo: probabilmente i ladri, accortisi del clamore mediatico e avendo avuto sentore che i carabinieri fossero ormai vicini alla loro cattura, hanno deciso di disfarsi rapidamente dell’ingombrante e pericolosa refurtiva.

È inevitabile, per altro, che una dimora così importante come Villa Borromeo, per di più circondata da un parco tanto ampio, attiri l’attenzione di malintenzionati e vandali. I danneggiamenti a statue, panchine e alberi non sono rari; anche per questo, si costituisce un gruppo di volontari, denominato “Amici del Parco”, composto da pensionati arcoresi che si occupano di sorvegliare la villa e il parco con ricetrasmittenti fornite dal Comune.
I restauri del 2016 e l’inaugurazione del 2018
Bisogna aspettare ancora un quarto di secolo perché Villa Borromeo possa cominciare a ritrovare il suo antico splendore: nel 2016, finalmente, iniziano i lavori di restauro della residenza arcorese.
L’impegno economico, da 9 milioni di euro, viene sostenuto grazie a un leasing in costruendo, una soluzione innovativa che per la prima volta in Italia si usa per un monumento storico. Il denaro necessario viene anticipato da un istituto di credito; la proprietà rimane pubblica, e l’amministrazione comunale paga la società che si è occupata del restauro (e che gestirà la manutenzione per vent’anni), con un mutuo dalla rata di poco inferiore ai 400mila euro.
L’inaugurazione istituzionale della villa rinnovata e restaurata avviene in un week-end di maggio del 2018, e si guadagna gli onori delle cronache nazionali.
Come scrive il Corriere nell’edizione del 19 maggio 2018, “la volta affrescata del soffitto ha ritrovato l’azzurro del cielo dopo quarant’anni di degrado e abbandono”, e “allo stesso modo sono tornati splendidi gli stucchi, gli infissi in noce, i camini di marmo, i pavimenti in legno”.
Arcore, Villa Borromeo d’Adda e gli anni del riscatto
L’odierno riscatto di Villa Borromeo d’Adda non si ferma alla sua restituzione come polo culturale e turistico.

La bellezza ritrovata dei suoi esterni e la maestosità del suo parco secolare hanno attirato nuovamente l’attenzione dei grandi media nazionali.
L’incantevole villa sulla montagnola, infatti, da qualche anno fa da cornice e location delle registrazioni del programma televisivo Bake Off Italia – Dolci in forno.
Le telecamere, i tendoni bianchi allestiti sui prati perfetti e i profumi delle creazioni dei maestri pasticceri sostituiscono così, in un curioso e affascinante contrasto storico, il fumo dell’incendio doloso del 1974, le tensioni ideologiche dei giovani proletari del 1976, le preoccupazioni nate dopo i danni causati dalla grande nevicata del 1985 e il silenzio spettrale dei decenni di abbandono.
Oggi, Villa Borromeo d’Adda ha finalmente trovato la sua definitiva vocazione: un luogo in cui la storia dell’aristocrazia lombarda e la grande visibilità della cultura di massa pop convivono armoniosamente, salvaguardando per le future generazioni uno dei più preziosi tesori architettonici della Brianza.
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