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Merone, la chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Filippo

Merone, la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo

A Merone la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo fu costruita a fine Ottocento tra mille difficoltà a causa della mancanza di fondi. In questo articolo ti racconto tutta la vicenda, che per diversi anni tenne in sospeso le comunità di tre paesi: quella di Merone, quella di Moiana e quella di Incino. Buona lettura!

Merone: la chiesa, un parroco testardo e tre sindaci taccagni

A Merone alla fine del XIX secolo andò in scena una guerra all’ultimo centesimo tra un prete cocciuto e i sindaci della zona.

Don Carlo Moranzoni voleva a tutti i costi una chiesa nuova, ma si scontrò con un muro di “non ci sono soldi” e scuse esilaranti sulla sicurezza pubblica.

Merone, la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo
Merone: la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo

Chi la spuntò alla fine? I fedeli a forza di collette, mentre faceva capolino anche un giovane Achille Ratti, futuro papa Pio XI!

Ecco tutta la storia.

Merone, Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo: la storia

La Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Merone fu costruita nella seconda metà dell’Ottocento per volere di don Carlo Moranzoni.

Non appena divenuto parroco di Merone nel 1877, don Carlo si era immediatamente reso conto dell’inadeguatezza dell’edificio che fino a quel momento era stato usato come chiesa parrocchiale, cioè la Chiesa di San Giacomo della Ferrera (oggi conosciuta come Santuario della Madonna del Rosario di Pompei), troppo piccola per accogliere tutti i fedeli della comunità.

Per questo decise di far costruire una nuova chiesa, la cui progettazione fu affidata a un ingegnere di Verano, Tiberio Sironi.

Don Moranzoni acquistò con denari propri dalla prebenda parrocchiale, e poi rivendette alla fabbriceria, un terreno situato in cima alla collina della Ferrera, dove la chiesa sarebbe stata eretta.

Il preventivo di spesa – come riferisce il sito web della Parrocchia di Merone, importante fonte di molte delle informazioni contenute in questo post – fu di poco inferiore alle 62mila lire.

I parrocchiani, che avevano assicurato che avrebbero prestato la propria opera gratuitamente, scavarono le fondamenta, e così il 6 marzo del 1880 si poté già procedere con la posa e la benedizione della prima pietra.

La nuova parrocchiale sarebbe stata al servizio non solo della popolazione di Merone, ma anche di quelle di Moiana e di Incino, che all’epoca erano comuni autonomi.

Per questo motivo, il parroco comunicò l’avvio dei lavori alle tre amministrazioni comunali, richiedendo anche un contributo che avrebbe dovuto essere proporzionale alla popolazione di ognuno dei tre paesi.

Anche se don Moranzoni aveva agito nel rispetto delle norme e la sua richiesta era perfettamente legittima, nessuna risposta giunse dalle amministrazioni.

Il parroco, però, non si diede per vinto: propose di dar vita a una commissione che – oltre a vigilare sui lavori, di comune accordo tra fabbriceria e amministrazioni pubbliche – si sarebbe impegnata a recuperare il denaro necessario.

Nonostante il contributo di tutti i signori di Merone e di Moiana, infatti, era stata reperita meno della metà dei fondi che avrebbero dovuto finanziare l’opera.

Il 28 giugno del 1881, oltre un anno dopo la posa della prima pietra, la prefettura di Como scrisse al sindaco di Merone chiedendogli di convocare un consiglio comunale per deliberare il contributo richiesto.

La risposta fu tranchant: il consiglio non sarebbe servito a niente perché tanto il comune non aveva soldi da stanziare, dato che tutti i fondi disponibili erano stati destinati all’ampliamento del cimitero consortile.

Malgrado questi ostacoli, all’inizio i lavori di edificazione della chiesa procedettero spediti, e nel giro di pochi mesi la struttura venne innalzata di sei metri dalle fondamenta.

Si bloccò tutto, però, nel momento in cui i fondi – sia quelli provenienti dai generosi benefattori, sia quelli messi a disposizione dalla fabbriceria – terminarono.

A quel punto anche la manodopera gratuita offerta dai residenti si rivelò inutile.

Nel settembre del 1881, pertanto, i lavori furono interrotti: la nuova chiesa fu lasciata incompiuta.

Ancora una volta don Moranzoni non si rassegnò a rimanere con le mani in mano.

Per racimolare fondi giunse addirittura a far pubblicare un articolo sulla rivista milanese Il Leonardo da Vinci, edita dalla Tipografia dell’Osservatore Cattolico, in cui raccontava tutta la vicenda della chiesa meronese e rendeva noto che per far proseguire i lavori sarebbe stata aperta una sottoscrizione: le offerte dovevano essere fatte pervenire al parroco, alla fabbriceria o ai sindaci, e i benefattori sarebbero stati ricordati nelle preghiere dei fedeli, mentre i loro nomi sarebbero stati resi noti in un elenco pubblico.

L’idea, però, non sortì gli effetti sperati.

La prefettura, nel frattempo, verificò che per terminare il progetto che era stato redatto da Sironi ci sarebbe stato bisogno di altre 42mila lire, una cifra assolutamente fuori portata rispetto alle possibilità delle tre amministrazioni comunali, a cui per altro don Moranzoni si era rivolto di nuovo senza successo.

La stessa prefettura propose al parroco di rinunciare alla nuova chiesa e di usarne i materiali per ristrutturare la vecchia parrocchiale; in alternativa – suggerì – si sarebbe potuto chiedere a Sironi di rivedere il proprio disegno, in modo da costruire una chiesa più piccola e, quindi, meno costosa.

Si decise di far così: l’ingegner Sironi mise mano al proprio progetto, modificandolo: con quello nuovo, la spesa da sostenere sarebbe stata inferiore alle 20mila lire.

A quel punto intervenne di nuovo il prefetto, che provò a sollecitare le tre amministrazioni comunali: ma tutte fecero orecchie da mercante.

Il 23 marzo del 1884 si riunì il consiglio comunale di Moiana, che doveva fare i conti con una situazione economica molto impegnativa: i costi da affrontare per ingrandire il cimitero avevano addirittura bloccato la restituzione dei soldi che il comune aveva ottenuto tramite un mutuo per la costruzione della linea ferroviaria Milano-Incino-Erba; fu deliberato, pertanto, che nessun altro impegno economico sarebbe stato assunto per almeno tre anni.

Per di più, secondo il sindaco di Moiana si poteva continuare a utilizzare la vecchia parrocchiale; e in ogni caso sarebbe stato disponibile anche l’Oratorio di San Francesco.

Addirittura, venne chiamata in causa la sicurezza pubblica, e si sostenne che, con la nuova chiesa parrocchiale distante un miglio, a ogni festa il paese si sarebbe spopolato.

Non fu più incoraggiante la risposta che giunse dal consiglio comunale di Merone: se Moiana, che era il paese più interessato, aveva rifiutato di concedere denaro, la stessa cosa avrebbe fatto anche Merone.

Trascorsero altri anni. Finalmente, nell’ottobre del 1887 il consiglio comunale di Merone deliberò un contributo di 3mila lire, a cui si aggiunsero 1.500 lire messe a disposizione da Moiana: era un primo passo, ma mancavano ancora tantissimi soldi.

La fabbriceria inoltrò una richiesta di contributo al governo, e per questo il pretore di Erba chiese informazioni al sindaco di Moiana.

Don Moranzoni, intanto, continuava a non darsi per vinto, e rivolse un appello alla popolazione, per effetto del quale le famiglie della parrocchia raccolsero oltre 7mila lire, impegnandosi anche a versare un contributo mensile.

Così, finalmente i lavori per la costruzione della chiesa poterono ricominciare; e, anzi, nel giro di un anno erano già conclusi.

La consacrazione della chiesa

Il 12 ottobre del 1888 la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo (compatrono San Carlo Borromeo, cioè il santo di cui don Moranzoni portava il nome) fu consacrata in presenza di monsignor Federico Mascaretti, vescovo di Zama, e di monsignor Luigi Nazari di Calabiana, arcivescovo di Milano.

Costui, consapevole dei sacrifici che si erano resi necessari per la costruzione dell’edificio, parlò di “chiesa del miracolo”.

Se pensi che le magagne a quel punto fossero finite, però, ti sbagli: perché don Moranzoni provò in tutti i modi a ottenere da Moiana altre 1.500 lire, in modo che il contributo del paese fosse equivalente a quello di Merone, che aveva messo a disposizione 3mila lire, ma il suo tentativo si rivelò un buco nell’acqua.

Comunque ormai la nuova parrocchiale esisteva, e questo era ciò che contava.

Merone, la chiesa parrocchiale dei Santi Giacomo e Filippo
Merone: la chiesa parrocchiale oggi

Negli anni seguenti don Moranzoni si rivolse al pittore saronnese Beghé per la decorazione e le pitture della volta della chiesa.

Nel 1901 presero il via anche i lavori per l’erezione del campanile, che terminarono dopo la morte di don Moranzoni, avvenuta il 12 maggio del 1902 nella casa di cura di Milano in cui il parroco era stato ricoverato (dopo che la salma fu trasferita al cimitero di Merone, la popolazione locale volle onorarne la memoria collocando in chiesa una lapide a lui dedicata).

Il successore di don Moranzoni fu don Rodolfo Ratti, ricordato ancora oggi sia perché contribuì alla posa del concerto di cinque campane sia perché era cugino di un certo Achille Ratti, a sua volta sacerdote, che sarebbe diventato prima arcivescovo di Milano e poi papa con il nome di Pio XI.

Don Rodolfo ospitava spesso il cugino nella casa parrocchiale: don Achille Ratti era presente a Merone anche il giorno in cui vennero consacrate le campane della chiesa, il 25 agosto del 1905.

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Il mio racconto si conclude qui: se credevi che i cantieri infiniti fossero un’invenzione moderna, ora hai visto cosa combinarono a fine Ottocento a Merone per costruire la Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo!

Il povero don Moranzoni si inventò di tutto, perfino un crowdfunding ante litteram.

Gesù scaccia i mercanti dal tempio
Gesù scaccia i mercanti dal tempio: una delle sei scene (quattro sulle pareti della navata, due in presbiterio) ispirate al Vangelo dipinte dal pittore bergamasco Amedeo Mario Cornali a Merone nella Chiesa dei Santi Giacomo e Filippo. L’opera fu commissionata da don Mario Caldirola, e venne conclusa una settimana prima della sua morte, avvenuta il 12 agosto del 1960

Che fatica tirare su una chiesa quando le amministrazioni comunali fanno spallucce e dicono di non avere un quattrino: lo dimostra questa telenovela tutta brianzola, tra progetti tagliati, mattoni bloccati e l’ombra di un futuro pontefice a fare da comparsa d’eccezione!

Un intreccio tra sacro e profano che ha trasformato un banale scontro di paese in una pagina di storia memorabile.

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