A Carate la chiesa parrocchiale, intitolata ai Santi Ambrogio e Simpliciano, fu costruita tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento. I lavori necessari per la sua realizzazione, però, si rivelarono più lunghi e complicati del previsto, a causa di presunte irregolarità, denunce, ricorsi e… fulmini! Ti spiego tutto nel resto di questo post.
Tutto quello che ti serve sapere
Carate, chiesa parrocchiale: una storia tormentata
La storia della Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano di Carate Brianza è stata a dir poco travagliata, per colpa di presunte irregolarità, denunce e ricorsi che, alla fine del Settecento, interruppero i lavori di costruzione per lungo tempo.

Prima di scoprire tutto, però, facciamo un passo indietro.
Fino alla fine del XVIII secolo, nella piazza di Carate in cui oggi sorge la Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano c’era una chiesa – oggi non più esistente – intitolata solo a Sant’Ambrogio.
Attorno a questa chiesa si sviluppava il quartiere Prepositurale, che comprendeva anche il mulino della Porenzella e la Cascina Colombaja (Bulanitt), e contava in totale 669 abitanti.
Un altro quartiere di Carate, chiamato Teologale, si sviluppava – invece – intorno a un’altra chiesa, intitolata a San Simpliciano, che però all’epoca (come detto, stiamo parlando della seconda metà del Settecento) era abbandonata. Il quartiere Teologale comprendeva anche la Cascina Airoldi (Valè) e la Cascina Pozzone, oltre ai mulini lungo il Lambro, e contava 847 abitanti.
Dal momento che la Chiesa di San Simpliciano ormai da tempo versava in pessime condizioni, i parroci delle due comunità avevano adottato l’abitudine di celebrare le proprie funzioni unicamente nella Chiesa di Sant’Ambrogio, ma in orari differenti: insomma, ognuno solo per i propri fedeli.
Al tempo, la Chiesa di Sant’Ambrogio era – come consuetudine all’epoca – circondata da tutti i lati da un cimitero.
Esso era riservato unicamente alle salme del popolo, in quanto le tombe dei nobili si trovavano – di solito – nelle cappelle di famiglia, mentre i ricchi possidenti venivano seppelliti in sepolcri collocati all’interno della chiesa.
Come riportato dallo storico locale Germano Nobili nel libro Carate tra storia e preistoria, “un muro in pietra sosteneva tutto intorno dalla sottostante piazza il terrapieno dove erano le tombe”.
Per raggiungere la chiesa, i fedeli salivano le scalinate ricavate nel muro di sostegno, per poi attraversare il cimitero.

Nel 1767 la Chiesa di Sant’Ambrogio venne eretta in collegiata: le venne, cioè, assegnato un capitolo di dodici sacerdoti (il capitolo è – appunto – il collegio di canonici addetto a una chiesa).
In base ai nuovi ordinamenti, tale capitolo aveva – fra l’altro – il compito di amministrare i beni del culto e delle Opere Pie del paese.
La parrocchia di Sant’Ambrogio e la parrocchia di San Simpliciano furono soppresse; nacque, al contempo, la parrocchia dei Santi Ambrogio e Simpliciano, con il titolo di prepositura collegiata.
Il primo parroco fu don Giuseppe Riva, che già ricopriva quel ruolo per la precedente parrocchia di Sant’Ambrogio.
Nello stesso periodo, si provvide al restauro del campanile, che fu privato della cupola medievale; al posto delle tre campane esistenti fu installato un nuovo concerto di cinque campane.
Nel 1774 don Giuseppe Riva, a nome dei canonici, inviò ai membri del capitolo un’istanza nella quale veniva fatto notare che ormai la Chiesa di Sant’Ambrogio non era più in grado di accogliere tutti i fedeli del borgo: si rendeva necessario, pertanto, il suo ampliamento.
Il prevosto sottolineava che dietro il coro erano già presenti delle fondamenta che erano state realizzate nel secolo precedente proprio per ingrandire la chiesa: quei lavori, però, non erano stati portati a termine.
Egli suggeriva, inoltre, di demolire la Chiesa di San Simpliciano, abbandonata e cadente, così da poterne recuperare e riutilizzare i materiali, al fine di ridurre i costi.
Il capitolo ritenne sensata la richiesta di don Giuseppe Riva, anche perché la comunità del borgo stava vivendo un momento positivo dal punto di vista economico; pertanto trasmise l’istanza alla Reale Giunta Economica.
“Aveva così inizio – cito le parole di Nobili, tratte dal volume che ho menzionato poco fa – una lunga e complessa vicenda, appassionante come un romanzo d’appendice, la cui trama ora lieta ora tormentata si svolse lungo un arco storico quanto mai complesso politicamente e socialmente. Dal tempo felice di Maria Teresa d’Austria, attraverso il tempo delle speranze suscitate dalla Repubblica Cisalpina, creatura della Rivoluzione Francese, essa si concludeva dopo trent’anni nel 1805 mentre Napoleone, già imperatore dei francesi, veniva incoronato re d’Italia”.
Che cosa successe, dunque? Nel 1788, proprio mentre si definivano tecnicamente e finanziariamente i piani di intervento, morì Paolo Colciago, priore del capitolo degli amministratori, cioè il gruppo dei più attivi promotori della costruzione della nuova chiesa.
Il problema era che Colciago era il solo esperto in materia di finanza all’interno del capitolo: gli altri membri, infatti, ne facevano parte solo in quanto provenienti da famiglie nobili, e non per competenza.
Il posto di Paolo Colciago fu preso da don Giacomo Colciago, che era suo fratello: ma questi, oltre a non avere alcun diritto ad assumere tale ruolo, non possedeva nemmeno le competenze necessarie per ricoprirlo.
Ecco perché fra i componenti del capitolo iniziarono i primi importanti contrasti. Ma il peggio doveva ancora venire…
Nel 1793 fu abbattuta la Chiesa di San Simpliciano, e i materiali derivanti dalla demolizione vennero ammassati nella piazza della chiesa parrocchiale. Qui, il 23 aprile, si svolse l’asta pubblica che avrebbe portato all’assegnazione dei lavori: ad aggiudicarseli fu il capomastro comasco Giuseppe Scotti.
Il progetto che era stato approvato, ideato dall’architetto Gaetano Faroni, non era quello di un semplice ampliamento: prevedeva – invece – di demolire completamente la Chiesa di Sant’Ambrogio, lasciando intatto il campanile, che avrebbe fatto parte della nuova chiesa.
Qualcosa, però, andò per il verso sbagliato.
Proprio l’architetto Faroni, il 30 luglio del 1795, firmò insieme con i fabbricieri (cioè i membri del capitolo che sovrintendevano alla costruzione della chiesa) e i Deputati all’Estimo (in pratica, i consiglieri comunali che si occupavano delle questioni economiche) un esposto inviato alla Regia Magistratura, in cui si denunciavano gravi irregolarità nello svolgimento dei lavori.
I cantieri, dunque, si bloccarono: iniziò un periodo di ricorsi, perizie e… polemiche. E non era tutto: durante questo stallo, un muro perimetrale fu colpito da un fulmine, che ne compromise la stabilità strutturale.
Il 4 marzo del 1796 si decise di contattare per una perizia niente meno che Leopoldo Pollack, uno degli architetti più importanti dell’epoca.
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I lavori poterono ricominciare solo dopo ben sei anni di sospensione, con la supervisione di Simone Cantoni, architetto ticinese e maestro del neoclassico, contattato dal marchese Lodovico Busca.

Finalmente, nel 1805 la chiesa era pronta: fu benedetta e aperta al culto il 15 ottobre. Don Giacomo Colciago non fece in tempo ad assistere all’evento: era morto l’anno prima.
La nuova Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano poté così aprire le porte ai fedeli, che fino a quel momento (erano passati ormai più di dieci anni dalla demolizione della chiesa vecchia) per seguire le sacre funzioni erano stati costretti ad andare di volta in volta a San Bernardo, nell’Abbazia degli Umiliati di Santa Maria della Purificazione o in oratori privati.

Negli anni successivi la chiesa fu sottoposta a lavori di completamento e decorativi, quasi sempre grazie al finanziamento di famiglie facoltose locali: per esempio quella del commerciante Luigi Azimonti, che nel 1806 si era offerta di erigere nella chiesa un altare intitolato al Santo Crocifisso.
Azimonti, per altro, era nipote di don Giacomo Colciago, essendo sua madre la sorella del prevosto.
Proprio da don Giacomo Colciago, Azimonti ereditò l’abitazione in cui accolse il suo maestro e amico Gian Domenico Romagnosi, indigente e caduto in disgrazia dopo essere stato obbligato dal governo austriaco a smettere di insegnare: quel Gian Domenico Romagnosi a cui oggi è intitolato l’istituto comprensivo di Carate.
Luigi Azimonti e Gian Domenico Romagnosi a Carate
Se vuoi conoscere in maniera più approfondita la storia di Gian Domenico Romagnosi a Carate e scoprire di più sul suo legame con Azimonti, puoi cliccare qui sotto e leggere l’articolo che ho dedicato a questo argomento.
Carate, la chiesa parrocchiale oggi
Se invece sei curioso di scoprire Carate e la Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano più da vicino, trovi aneddoti, curiosità e informazioni nel post qui sotto.
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Per conoscere altre curiosità sul passato di Carate Brianza, puoi leggere il libro di Germano Nobili Carate tra storia e preistoria.
