Pina Sacconaghi è stata un’importante pittrice del XX secolo. Originaria di Monza, ha ottenuto prestigiosi premi internazionali grazie alle proprie opere d’arte, è stata socia fondatrice del Soroptimist Club di Monza e – soprattutto – protagonista della nascita del Museo Etnologico Monza e Brianza. In questo articolo ti racconto la storia della sua vita straordinaria.
Tutto quello che ti serve sapere
Via Pina Sacconaghi a Monza
Camminando nel quartiere Libertà di Monza, potrebbe capitarti di passare – tra via Gallarana e via Prampolini – per una strada nata pochi anni fa: via Pina Sacconaghi, accanto al parco Gallarana.
Anche se il cartello stradale recita “via Pina Sacconaghi – pittrice (1906-1994)”, per molti brianzoli quel nome è ancora un mistero.
Eppure Pina rappresenta un pilastro per la storia della cultura lombarda, mirabile esempio di grazia, indipendenza e determinazione.
Pittrice, intellettuale, viaggiatrice, ma soprattutto custode dell’anima profonda della Brianza, Pina Sacconaghi è stata una donna del Novecento dalla forza silenziosa, che ha sempre avvertito l’arte come urgenza dello spirito.
Chi era Pina Sacconaghi
Per capire chi sia stata davvero questa donna straordinaria, nata a Monza il 20 settembre del 1906 e scomparsa a Renate il 10 agosto del 1994, bisogna fare un salto indietro nel tempo: in un’epoca in cui, per una ragazza, nella maggior parte dei casi dipingere non poteva essere considerato un lavoro, ma al massimo un passatempo per ingannare l’attesa del matrimonio.
Pina, però, non era una ragazza come le altre. Sotto un aspetto dolce e un carattere che molti contemporanei descrivevano come mite, nascondeva un temperamento di ferro, con una visione dell’esistenza totalmente dominata da un’esigenza interiore: quella dell’arte.
La storia di Pina comincia in una Monza industriale, vibrante di telai e fumo: papà Guglielmo è un importante imprenditore del settore tessile; mamma Cesarina, invece, è una ricamatrice di eccezionale abilità, capace di creare pizzi che sembrano ragnatele di luce.
È proprio lei, la mamma, a stendere il primo filo invisibile del destino artistico di Pina: Cesarina, infatti, è stata allieva di Paolo Borsa, stimato professore di disegno e padre di Emilio Borsa, uno dei grandi nomi della pittura lombarda di inizio Novecento.
In casa Sacconaghi, insomma, l’arte non è ospite occasionale, ma linguaggio quotidiano.
Cesarina intuisce immediatamente il talento puro della sua Pina, una propensione naturale a trattenere il mondo attraverso i colori: per questo ne coltiva lo sviluppo senza mai frenarlo.
Nel 1924, mentre l’Italia si avvia verso gli anni più bui del regime fascista, Pina (“cresciuta tra gli agi di un sontuoso palazzo Liberty e tra i banchi dell’esclusivo Collegio Bianconi di Monza”, come scriverà il Corriere della Sera in un articolo del 1995) compie il grande passo: varca la soglia dell’Accademia di Brera a Milano.
Entrare a Brera in quegli anni significa immergersi in un oceano di idee, passioni, impegni.
La giovane monzese si trova a seguire le lezioni di maestri come Camillo Rapetti, Achille Cattaneo e Alcide Davide Campestrini; con il figlio di quest’ultimo, Gianfranco, stringe una solida amicizia.
L’elenco dei docenti di Brera di quel periodo è impressionante: lo scultore e medaglista Adolfo Wildt, il pittore e illustratore Giuseppe Palanti, l’incisore e acquafortista Giuseppe Guidi, il ritrattista e affreschista Antonio Alciati.
In questo ambiente quasi esclusivamente maschile, Pina non si limita a osservare: assorbe le tecniche, sperimenta.
Frequentando gli intellettuali e gli artisti della Milano degli anni Venti, stringe uno dei legami più importanti della sua vita: la profonda amicizia con Anselmo Bucci, pittore, incisore e scrittore raffinatissimo, che nel 1922 era stato uno dei padri fondatori del movimento artistico Novecento.
Bucci rispetta Pina come collega e ne apprezza l’arguzia e l’indipendenza intellettuale: la ritrae anche in un dipinto che rimarrà uno dei pezzi più intimi della storia artistica monzese.
Gli anni passano. La Brianza è il nido, ma Pina matura uno sguardo europeo. Non si accontenta delle rassicuranti mura di Brera: sente il bisogno di confrontarsi con le avanguardie che stanno scuotendo l’Europa centrale. Destinazione: Salisburgo.
In Austria, tra il 1964 e il 1970, frequenta i corsi della Schule des Sehens (oggi Accademia Internazionale d’Arte), un’istituzione rivoluzionaria fondata nel 1953 dal pittore e drammaturgo Oskar Kokoschka.
L’incontro ideale con l’espressionismo centroeuropeo non stravolge lo stile di Pina, ma ne affina la sensibilità.
Artista ormai matura, la monzese consegue premi prestigiosi anche in terra straniera.
Rimanendo fedele a sé stessa, dimostra la capacità – rarissima – di attraversare il “secolo breve”, con tutte le sue tempeste ideologiche, i suoi manifesti artistici urlati e i suoi radicali cambi di rotta, rimanendone affascinata ma restando totalmente immune da adesioni entusiastiche o sottomissioni a mode volatili.
La vita di Pina Sacconaghi si divide, così, tra due rifugi creativi, due atelier che rappresentano le due anime della sua ispirazione.
Da un lato c’è lo studio di Monza, regalatole dal padre, immerso nella luce annebbiata della pianura lombarda; dall’altro c’è quello di San Gimignano, eremo tra le torri di pietra e le colline toscane bruciate dal sole.
È qui che Pina dipinge. Pochi temi, ossessivi e amatissimi: i fiori, i ritratti, i paesaggi. A chi le chiede le ragioni di questa scelta, lei risponde con una chiarezza disarmante: dipinge per un’esigenza spirituale, per una passione innata, per il desiderio di comunicare l’emozione profonda provata davanti allo spettacolo della natura.
I suoi quadri sono poesie visive: una pittura intima, sentimentale, che scava sotto la superficie delle cose per cercarne l’essenza spirituale.
Ma c’è un altro capitolo della vita di Pina Sacconaghi da raccontare: un capitolo che va oltre le tele e i pennelli, e che rappresenta il motivo per cui l’intera Brianza nutre un enorme debito di gratitudine nei suoi confronti.
Negli anni Settanta, Pina è una donna matura. Non ha eredi diretti a cui lasciare la sua ricca collezione di oggetti, documenti, pizzi materni e opere d’arte che testimoniano la storia della sua famiglia e del territorio in cui ha vissuto. Sente il peso di questa memoria e non vuole che vada perduta.
È il 1976 quando confida questo desiderio ad Anna Sorteni, architetto e amica. L’idea iniziale è semplice: trovare un’istituzione che possa accogliere e valorizzare questa collezione.
Le due donne si recano a Milano e bussano alla porta di un’importante istituzione: il Museo Poldi Pezzoli.
Ricevono un rifiuto, ma non si rassegnano.
Uscite da quel museo, ferme sul marciapiede, sotto il cielo della grande città e con in mano ancora la valigia piena di ricami, Pina e Anna prendono una decisione che cambierà la storia culturale di Monza: se Milano non vuole la nostra storia, allora la nostra storia rimarrà a casa. Monza e la Brianza avranno il loro museo. Poco dopo, grazie al Soroptimist Club di Monza – di cui Pina era stata socia fondatrice nel lontano 1959 – il progetto prende corpo.
Nel novembre del 1978, davanti a un notaio, nasce ufficialmente l’Associazione Museo Etnologico Monza e Brianza (MEMB).
È la prima realtà della regione a concepire l’idea di un museo del territorio che non sia una fredda collezione di oggetti polverosi, ma un organismo dinamico concepito per raccontare il legame strategico tra uomo, lavoro, storia e ambiente.
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Il percorso del museo è un’avventura epica fatta di generosità tutta al femminile.
All’inizio l’associazione viene ospitata in un ufficio di fortuna e in alcuni locali di deposito all’interno della concessionaria FIAT di corso Milano, messo a disposizione da un’altra donna eccezionale, Savina Fossati.
Successivamente, gli spazi si spostano al secondo piano sopra il Teatrino della Villa Reale.
Infine, l’incontro decisivo con Antonietta Colombo, proprietaria dello storico Mulino Colombo sul fiume Lambro, che nel 1987 decide di donare al Comune i locali dell’antico oleificio a patto che diventino sede espositiva del MEMB.
L’eredità di Pina Sacconaghi
Pina Sacconaghi è morta a Renate nel 1994, ma la sua presenza è più viva che che mai nel patrimonio del MEMB.

Pina ha regalato tutto: disegni a carboncino che ritraggono donne brianzole al telaio o all’arcolaio, un acquarello con bambini che giocano al teatrino delle marionette, un’acquaforte che ritrae il Mulino Colombo. Ha donato persino i meravigliosi pizzi della madre Cesarina.
Monza non l’ha dimenticata.
Nel 2001, il Serrone della Villa Reale ha ospitato la grande retrospettiva “L’incanto della natura”.

Nel 2012 le sue opere sono tornate a parlare al pubblico con l’evento “Il Museo per la donna: da Pina Sacconaghi ad Antonietta Colombo attraverso altre personalità femminili che hanno fatto il MEMB” organizzato dal MEMB.
Lo stesso è accaduto nel 2016 con l’allestimento “Pina Sacconaghi. La vita e le opere di una artista monzese” presso il Mulino Colombo.
Un’altra mostra le ha reso onore nel 2021: ai Musei Civici di Monza è stata realizzata l’esposizione “La spiritualità nell’arte”, curata da Giacomo Cazzaniga, pronipote di Pina e storico dell’arte che proprio dall’amore per la cultura trasmessogli dalla prozia ha tratto l’ispirazione per i propri studi.
Pina Sacconaghi non è stata solo una grande pittrice del Novecento italiano; è stata una figura di incredibile modernità, arguta, generosa.
La prossima volta che passerete vicino al Parco della Gallarana di Monza, fermatevi un secondo davanti a quel cartello stradale.
Dietro quell’odonimo, “via Pina Sacconaghi”, c’è la storia di una persona che ha trasformato la propria esigenza spirituale in un regalo eterno per la terra in cui ha vissuto.
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