Nel cimitero di Cesano Maderno, una lapide e una targa ricordano Narciso Mangani, definito il “primo martire cesanese vittima della violenza fascista”: un ragazzo toscano giunto in Brianza per lavoro che, nella primavera del 1923, fu ucciso dalle camicie nere durante gli scontri tra fascisti e cattolici. Ti racconto tutta la vicenda in questo articolo.
Tutto quello che ti serve sapere
Chi era Narciso Mangani
“Una prece a Mangani Narciso d’anni 24 morto nel conflitto di Cesano Maderno il 20 maggio 1923 – La familia e amici dolenti posero”.
Così recita la lapide collocata su una tomba nel cimitero di Cesano Maderno.
Ma chi era Narciso Mangani? E che cos’era questo “conflitto di Cesano Maderno” di cui si parla nell’iscrizione?
Scopriamolo insieme.

La Cesano Maderno degli anni ’20 è un paese quasi interamente cattolico.
Narciso Mangani è un giovane operaio impiegato in uno degli impianti del Polo Chimico Cesanese situato a ovest del paese, nel bel mezzo della brughiera delle Groane, che qualche anno dopo prenderà il nome di ACNA (Azienda Coloranti Nazionali e Affini) e diventerà una delle aziende chimiche più importanti (e inquinanti) d’Italia.
Narciso, nato nel 1898 (o nel 1899, secondo altre fonti) sulle colline senesi di Sinalunga, è giunto in Brianza dalla Toscana per lavorare; nel frattempo, è diventato anche uno dei componenti degli Avanguardisti dell’Azione Cattolica.
L’Azione Cattolica è un’associazione cattolica laicale che si è costituita pochi anni prima, nel 1905, raccogliendo l’eredità della Società della Gioventù Cattolica Italiana, che era nata nel 1867.
L’organizzazione si propone di collaborare con le gerarchie ecclesiastiche della Chiesa, secondo un progetto educativo basato sui principi del cristianesimo e sullo studio della religione.
In quegli anni, però, l’attività di formazione che si svolge nei circoli dell’Azione Cattolica è motivo di scontro con i fascisti, che temono (e osteggiano) i cattolici quasi più dei comunisti e dei socialisti.
L’odio anticlericale porta i militanti fascisti ad attaccare e devastare varie sedi dell’Azione Cattolica, la cui attività viene contrastata in tutti i modi, non di rado anche con il contatto fisico.
La mattina del 20 maggio del 1923 – è una domenica – Narciso partecipa, a Binzago, alla processione prevista per il mese mariano, durante la quale si inaugura lo stendardo dei Giovani di Azione Cattolica.
L’evento viene disturbato dalle provocazioni dei fascisti, che cercano ripetutamente lo scontro con i cattolici presenti.
Una sintesi di quel che succede quel giorno si trova in un articolo pubblicato due anni più tardi, il 21 febbraio del 1925, sul quotidiano La Stampa, che riferisce la ricostruzione dei fatti effettuata dal sostituto procuratore generale nel processo avviato dopo la morte di Mangani.
(Per contestualizzare. All’epoca proprietario e direttore della Stampa è Alfredo Frassati – padre di quel Pier Giorgio Frassati che verrà dichiarato beato da Giovanni Paolo II e nominato santo da Leone XIV –. Frassati è dichiaratamente antifascista: nel 1922, dopo la Marcia su Roma, lascia l’incarico di ambasciatore d’Italia a Berlino; due anni più tardi, la sua casa di Torino viene invasa dagli squadristi. Tra il 1925 e il 1926 Frassati è prima obbligato a lasciare la direzione della Stampa e poi costretto a vendere il giornale a Giovanni Agnelli).

Ebbene – racconta La Stampa –, il 20 maggio del 1923, nel corso della processione in corso a Binzago, il fascista Rinaldo Elli provoca “un piccolo incidente volendo passare con una bicicletta attraverso il corteo”, suscitando la reazione di alcuni avanguardisti cattolici.
Sul momento l’episodio non ha seguito.
Qualche ora più tardi, però, presso l’oratorio di Cesano Rinaldo Elli si imbatte in Lorenzo Elli, un giovane cattolico, e gli chiede “vivacemente spiegazioni”.
Ne nasce un alterco che attira l’attenzione di un altro fascista, Pietro Vaghi, e a quel punto i toni del diverbio si accendono.
Intorno ai contendenti si raduna, nel giro di breve tempo, un gruppo di persone che non nascondono “con minacciosi mormorii di essere avverse ai fascisti”.
I fascisti a questo punto si vedono costretti ad andarsene, e si ritirano nella propria sede.
Nel frattempo, la compagine dei cattolici si fa sempre più numerosa, e alcuni propongono di prendere d’assalto la sede fascista.
Così “trecento persone, con alla testa il parroco Don Ambrogio Arrigoni”, si dirigono verso la sede del Fascio, “al canto di inni cattolici”.
“Giunti a un crocevia, a un centinaio di metri dalla sede”, i dimostranti si fermano e iniziano a lanciare sassi contro la sede fascista (dove ci sono una quindicina di persone), “nonostante le esortazioni del maresciallo comandante la stazione locale dei carabinieri”.
Intanto, avvertiti di quel che sta succedendo, sopraggiungono quattro membri della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (le camicie nere, in sostanza), impegnati fino a quel momento in una fiera di beneficenza per i caduti. Si chiamano Luciano Bernasconi, Vittorio Morello, Candido Buttara e Mario Lantina.
Giunti sul posto, i militi sparano alcuni colpi di rivoltella per intimidire i dimostranti, ma ciò finisce per accenderne ulteriormente gli animi.
Anche il maresciallo dei carabinieri, ferito da un sasso, è costretto a ritirarsi nella casa assediata.
Mentre l’irritazione popolare non accenna a placarsi, da una finestra della sede fascista vengono sparati colpi di moschetto e due petardi.
La folla in strada si dà alla fuga.
Tre giovani cattolici vengono feriti: Lorenzo Elli, Ernesto Dell’Orto e, appunto, Narciso Mangani.
I primi due sono stati colpiti in modo non grave: se la caveranno.
Narciso, invece, giace per terra “col petto squarciato da un proiettile di grosso calibro” (sono sempre parole dell’articolo della Stampa).
A quel punto, secondo quanto riportato dal sito web di Azione Cattolica Ambrosiana, Mangani viene portato alla farmacia più vicina, ma – si racconta – la farmacista si rifiuta di prestare una coperta per tamponare la ferita perché non vuole che si sporchi di sangue.
Narciso, steso sul pavimento, riceve l’estrema unzione dal parroco don Ambrogio Arrigoni, e muore fra le sue braccia.

E poi?
Poi i carabinieri arrestano le quattro camicie nere, ma anche quindici cattolici: tra questi, pure don Ambrogio Arrigoni.
E non è tutto; poco dopo, intorno alle 11 di sera, due fascisti vengono sfiorati da colpi partiti da armi da fuoco. Si scatena, così, una rappresaglia: i presunti autori dell’attentato, Luigi e Angelo Grassi, vengono presi a bastonate.
I fascisti arrestati vengono incarcerati a Seregno; don Ambrogio Arrigoni e gli altri cattolici, invece, vengono portati in prigione a Monza.
La vicenda assume rilevanza nazionale.

Il Corriere d’Italia, quotidiano cattolico che appoggia la maggioranza del governo di Benito Mussolini, scrive: “La responsabilità immediata di tali fatti non potrebbe essere attribuita del tutto ai fascisti. È tuttavia evidente che la causa prima del doloroso fatto di Cesano Maderno è da ricercarsi nello spirito anticlericale ed antireligioso di certi elementi del fascismo, i quali spingono l’intolleranza sino ad avversare le pubbliche manifestazioni di fede dei cattolici. […] Il Governo ha impartito recentemente severe disposizioni ai prefetti perché impediscano simili manifestazioni anticattoliche. Ma ci domandiamo se […] non spetti ai dirigenti del fascismo, in armonia col pensiero e la volontà del Governo, di applicare severe misure disciplinari contro coloro, che appartenendo ad un partito ritengono di dover esplicare la loro attività politica contro processioni e funzioni religiose”.
Il quotidiano Il Popolo, nato giusto poche settimane prima dei fatti di Cesano e vicino al Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo, commenta: “Non imputiamo certo al partito ed al Governo fascista la responsabilità nel senso che questa parola assume in certi momenti, degli atti compiuti da certi birbanti […] solo diciamo al partito e al Governo, contro il ripetersi di tali fatti, di essere ancora più pronti e, se possibile, più energici, perché la malvagità non dilaghi e non diventi un inconveniente a cui ci si abitua”.
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Il 29 maggio 1923, comunque, tutti gli arrestati sono rimessi in libertà e denunciati a piede libero.
Pochi mesi più tardi, i fatti di Cesano vengono ricordati da Giacomo Matteotti nel suo scritto politico (pubblicato all’inizio del 1924) Un anno di dominazione fascista, nel quale viene denunciata la natura violenta del fascismo.
Ecco ciò che scrive Matteotti, che sarà assassinato di lì a pochi mesi: “Cesano Maderno – Incidenti tra popolari e fascisti in una processione religiosa. Un colpo di moschetto dalla sede del fascio uccide Narciso Mangani. Una spedizione fascista su camions invade nella notte le abitazioni e le sedi cattoliche arrestando e ferendo. Tra i feriti più gravemente è Lorenzo Elli, Angelo Grossi, Luigi Grossi popolari. Invece di punire i colpevoli, sono arrestati il Parroco Don Arrigoni e un altro sacerdote”.
Il processo
Il processo a carico dei fascisti e dei cattolici che erano stati arrestati dura circa due anni.
Alla fine, come richiesto dal pubblico ministero, per i fascisti giunge l’assoluzione, motivata da insufficienza di prove per il reato di omicidio volontario.
I cattolici, invece, beneficiano dell’amnistia per i reati di cui sono accusati: violenza privata e ribellione e resistenza all’autorità.
Insomma, sono liberi, ma senza che sia stata riconosciuta la loro innocenza.
Il ricordo di Cesano Maderno per Narciso Mangani
Il 20 maggio del 2023, in occasione del centesimo anniversario della morte di Narciso Mangani, sulla tomba del giovane di Sinalunga nel cimitero di Cesano è stata inaugurata una lapide che recita: “L’amministrazione comunale onora Narciso Mangani primo martire cesanese vittima della violenza fascista”.

Ma nessuno è mai stato condannato per quell’assassinio.
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