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Carate, piazza IV Novembre

Garibaldi in Brianza: quella volta in piazza a Carate

Il 4 e il 5 agosto del 1848 sono ricordati come i giorni di Giuseppe Garibaldi in Brianza. In questo articolo ti parlo dell’arrivo del generale e dei suoi uomini a Carate, dove la colonna garibaldina si concesse una sosta ristoratrice prima di ripartire verso Como. Leggi le prossime righe se desideri saperne di più!

Agosto 1848: Giuseppe Garibaldi in Brianza

“Voglio farmi lupo se non posso vedere l’Italia libera”.

Questa è la frase che, secondo la tradizione, Giuseppe Garibaldi avrebbe pronunciato nella piazza della chiesa di Carate (oggi piazza IV Novembre) nell’agosto del 1848.

Ma che cosa ci faceva Garibaldi a Carate?

Premessa: il 25 luglio del 1848 il maresciallo Josef Radetzky a Custoza aveva costretto alla ritirata le truppe del re Carlo Alberto di Savoia.

Il 4 agosto del 1848, mentre la città di Milano era minacciata dagli austriaci dopo la sconfitta subita dall’esercito piemontese, Garibaldi si trovava a Bergamo.

Partito con tremila uomini e due cannoni con l’idea di raggiungere Milano, verso sera aveva raggiunto Merate, dove la colonna aveva bivaccato sotto un forte acquazzone.

Il giorno successivo, Garibaldi ripartì ancora prima dell’alba. Una volta arrivato vicino a Monza, fu informato della disfatta dell’esercito piemontese, che stava evacuando Milano: qualunque tentativo di difesa sarebbe stato vano, anche perché la cavalleria austriaca aveva già cominciato a battere i dintorni.

Il generale, dunque, scelse di cambiare strada e dirigersi verso Como, città ancora libera: da qui avrebbe provato a raggiungere il lago Maggiore, passando per i monti del Varesotto, per arrivare in Piemonte.

I soldati piemontesi erano in ritirata e i milanesi fuggivano in modo disordinato verso la Svizzera per evitare di finire nelle mani dei soldati austriaci, che non vedevano l’ora di vendicarsi dopo la vergogna delle Cinque Giornate e dell’insurrezione popolare che li aveva costretti a scappare.

Anche per questo motivo, Garibaldi pensò che fosse necessario cercare di procedere il più rapidamente possibile. Decise, dunque, di dividere gli uomini al suo seguito in due colonne.

La prima colonna, la Legione dei volontari italiani, era guidata da Giacomo Medici, che di Garibaldi era stato compagno d’armi in Uruguay (te ne parlo in questo articolo, dedicato al brianzolo Francesco Anzani, che a propria volta combatté al fianco di Garibaldi in Sudamerica). Gli uomini di questa colonna – come raccontato da Germano Nobili nel libro Per le antiche contrade – erano “male armati e peggio vestiti”: il gruppo era stato soprannominato “legione dei fornai”, poiché i suoi componenti indossavano i giubbetti e i pantaloni di tela bianca che gli austriaci avevano abbandonato nei depositi prima di lasciare Milano. Vestiti di tutto bianco, insomma, sembravano dei fornai.

La seconda colonna era comandata dallo stesso Garibaldi, ed era formata dal battaglione Anzani, di cui facevano parte i volontari lombardi e i veterani che avevano seguito il generale da Montevideo (e che per questo erano vestiti con indumenti sudamericani alquanto appariscenti).

La prima colonna, che aveva come portabandiera Giuseppe Mazzini (con tanto di vessillo tricolore con la scritta “Dio e Popolo” e di carabina a tracolla), da Monza sarebbe dovuta passare per Desio per raggiungere la via Comasina e da qui, appunto, dirigersi verso Como.

La seconda colonna, più leggera e semplice da manovrare, si sarebbe diretta – invece – verso Biassono e poi a Carate. L’intento era quello di disorientare la cavalleria austriaca.

L’arrivo a Carate

Ed ecco, quindi, che il 5 agosto del 1848 Garibaldi, con la sua colonna al seguito, giunse a Carate Brianza.

Gli uomini del generale si accamparono in piazza e nelle vie circostanti per trovare ristoro e riposo.

Carate, piazza IV Novembre
La piazza della chiesa di Carate, dove Garibaldi trovò ristoro con i suoi uomini

Era passato da poco mezzogiorno: non ci volle molto tempo perché in paese si diffondesse la voce dell’arrivo del generale.

“In piaza g’hè là Garibaldi”!

In breve iniziò a formarsi una piccola folla di curiosi, giunti a osservare (per usare le parole di Nobili) quella “pittoresca colonna di volontari vestiti nelle fogge più strane”.

I caratesi ne approfittarono per cercare di avere notizie riguardanti i loro compaesani che si erano arruolati nella Guardia Nazionale e che erano stati spediti a Paderno per difendere il fiume Adda.

Intanto gli uomini di Garibaldi – sciolta la colonna – sfruttavano la sosta per sedere all’ombra della statua di Sant’Anatalone e sui gradoni selciati del sagrato della Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano. Dopo aver camminato a lungo sotto il caldo sole di agosto, approfittavano dell’acqua potabile proveniente dal grande pozzo comunale, situato vicino alla chiesa, per bere e per rinfrescarsi.

La piazza della chiesa di Carate
La Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano di Carate. Ai tempi di Garibaldi, la facciata non era stata ancora completata e non aveva, dunque, la conformazione attuale

Garibaldi – invece – camminava fra i suoi uomini infondendo speranza e coraggio, e si intratteneva con gli abitanti del posto dichiarandosi fiducioso per l’avvenire dell’Italia a dispetto di quanto stava accadendo in quei giorni.

Fu questa, appunto, l’occasione in cui egli avrebbe pronunciato la frase “Voglio farmi lupo se non posso vedere l’Italia libera”. Una sentenza che colpì i caratesi a tal punto da essere tramandata anche alle generazioni successive, giungendo fino ai giorni nostri.

Conclusa la sosta ristoratrice, la colonna di Garibaldi lasciò Carate e si incamminò in direzione di Como, dove il giorno dopo si riunì alla legione guidata da Medici.

Garibaldi in Brianza con il suo fedele aiutante Andres Aguyar

Garibaldi – poncho bianco, camicia rossa, cappello alla calabrese – era accompagnato dal suo fedele aiutante uruguayano Andres Aguyar, armato con le bolas tipiche dei gauchos delle pampa e di una lancia con una bandiera rossa sul puntale.

Aguyar, che sarebbe poi divenuto celebre come “il Moro di Garibaldi”, era di origini africane: suo padre e sua madre erano schiavi, e lui stesso lo era stato fino a quando, dopo la guerra civile uruguayana, nel 1842 nel suo Paese non era stata abolita la schiavitù. Garibaldi si era accorto del valore in battaglia degli ex schiavi – divenuti soldati – in occasione dell’assedio di Montevideo: quando era tornato in Europa, Aguyar lo aveva seguito.

Di Andres non sappiamo molto: la rivista The Illustrated London News il 21 luglio del 1849 lo descriveva come un “ragazzo minuto”, mentre il pittore olandese Jan Koelman lo definì un “Ercole di color ebano”.

Si racconta che, fedele servitore di Garibaldi, avesse realizzato per lui una tenda che lo tenesse al riparo dal sole; che fosse molto bravo nel cavalcare; che fosse particolarmente abile con il lazo, che usava per disarcionare i nemici da cavallo o per catturare i cavalli stessi; e, soprattutto, che abbia salvato la vita a Garibaldi in più di una occasione (per esempio il 19 maggio del 1849 nella battaglia di Velletri, combattuta contro i borbonici del Regno delle Due Sicilie).

Quel che è molto probabile, in ogni caso, è che ai caratesi dovette suscitare una certa impressione la novità della presenza di quel ragazzo con la pelle nera: l’unico di origini africane fra tutti gli uomini di Garibaldi.

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Aguyar – divenuto tenente – morì il 30 giugno del 1849 a Roma, colpito da una granata durante le ultime fasi dell’assedio francese alla città.

Oggi viene ritenuto il primo martire nero del patriottismo italiano. Il suo corpo riposa nella cripta-sacrario del Mausoleo Ossario Garibaldino al Gianicolo.

A lui è dedicata una scalinata nel quartiere Monteverde di Roma, denominata Scalea Andrea il Moro: Andrés Aguiar – Luogotenente della Repubblica Romana (1810-1849).

Un busto che lo ritrae, inoltre, è stato collocato – sempre a Roma – nel Parco degli Eroi gianicolense.

Un eroe non noto a molti, forse, ma che i caratesi ebbero il privilegio di vedere e conoscere.

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Se vuoi conoscere altre storie del passato di Carate Brianza, puoi consultare il libro di Germano Nobili Per le antiche contrade.

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