A Carate l’Oratorio di Santa Maria Maddalena rappresenta un piccolo gioiello da ammirare nel centro storico. Questa elegante chiesetta risalente al XV secolo, situata nel parco di Villa Cusani Confalonieri, è appartenuta nei secoli passati a illustri famiglie di possidenti e nobili casati: leggi il resto del post se sei curioso di saperne di più!
Tutto quello che ti serve sapere
Carate, Oratorio di Santa Maria Maddalena: la famiglia del Bene
L’Oratorio di Santa Maria Maddalena di Carate Brianza – un tempo chiamato Giesolo, cioè “piccola chiesa” – rappresenta il più antico tra tutti i monumenti religiosi ancora esistenti in paese: fu costruito, infatti, nel XV secolo.
Lo sappiamo grazie al testamento, datato 15 giugno 1491, del ricco possidente Gabriele del Bene, Priore dei Cavalieri di Malta: colui che fece erigere l’oratorio per sé e per la propria famiglia.
Anche se in quegli anni il rinnovamento culturale caratteristico dell’epoca rinascimentale si era già manifestato in modo evidente in ambito artistico e architettonico, l’oratorio fu progettato e realizzato secondo i vecchi canoni tardo gotici che tipicamente contraddistinguevano le chiesette rurali della Lombardia (non a caso, lo storico caratese Germano Nobili nel libro Per le antiche contrade ha paragonato l’Oratorio di Santa Maria Maddalena all’Oratorio di Santo Stefano di Lentate e alla Chiesa delle Torrette di Macherio, costruiti nel secolo precedente).
La chiesetta venne eretta nelle vicinanze della casa detta La Torre (oggi Villa Cusani Confalonieri), che con tutta probabilità costituiva la residenza del ramo caratese della famiglia del Bene.

Dotato di una sola grande navata e caratterizzato da una facciata a capanna, con accesso dalla pubblica via, l’oratorio inizialmente fu dedicato a Santa Maria del Bene; solo in seguito venne intitolato a Santa Maria Maddalena e a San Barnaba.
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Nel suo testamento, Gabriele del Bene assegnò alla chiesa un lascito costituito dal porto di Vaprio, sul fiume Adda, e da 800 pertiche di terra: di tali redditi avrebbero beneficiato quattro cappellani, a cui veniva conferito l’incarico di celebrare una messa al giorno per cinque giorni alla settimana (una ciascuno dal lunedì al giovedì, e una messa grande il venerdì).
Ai del Bene, per testamento, spettava la conduzione del beneficio legato alla chiesa per la celebrazione delle messe.
Tuttavia i discendenti di Gabriele, con il trascorrere degli anni, badarono sempre meno alle volontà del proprio avo, alienando progressivamente il patrimonio in modo da poterne godere in prima persona.
Tale circostanza, però, non passò inosservata, al punto che una lettera anonima in cui si evidenziava il comportamento dei del Bene fu inviata al cardinale Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, poco tempo prima della sua visita pastorale in Brianza.
La denuncia riportava fatti precisi e dettagliati, sottolineando le prepotenze che venivano messe in atto senza soluzione di continuità, a discapito dei caratesi, da parte dei del Bene, che si comportavano come signorotti prepotenti (un po’ come il Don Rodrigo di manzoniana memoria). Deve essere stato anche per questo che il mittente della missiva indirizzata al cardinale Borromeo decise di restare anonimo: per evitare vendette.
Nella lettera (riportata nel libro Per le antiche contrade a cui ho fatto cenno poche righe sopra) si leggeva: “[…] nel luogo di Carà pìe d’Ayà habita un ms. Pietro Franco del Bene huomo di malavita con suoi figlioli. […] V.S. Ill.ma vederà nel detto luoco di Carate un luogo app.to il Giesolo el qual haveva circa pertiche quattrocento di terreno dove a nostri tempi se li dicevano sei messe il giorno et una messa grande il venerdì, però da certo tempo in qua non se gli dice messa ne altro, solo che detto Pietro Francesco del Bene insieme con un suo fratello qual si chiama ms. Mario hanno fra loro divisi questi beni, et se li godono”.
L’autore della denuncia riferiva che i fratelli del Bene avevano in casa “cani e sparvieri”, e che i loro figli erano dei “bravi”. Proprio come nei Promessi Sposi, insomma.
E, come nei Promessi Sposi, non poteva mancare un parroco pauroso. Il don Abbondio di Carate si chiamava don Filippo Ronco: “Potrà anco essere che detto Prete Philippo si renderà un poco difficile in dire la verità se non per paura de le minaccie de detti Padre et figlioli, i quali bravano con tutti et particolarmente gli hanno minacciato”.
A Carate, in realtà, c’era anche un altro curato, ma – avvertiva la lettera – era “parente del detto Pierfrancesco”. Come dire: da lui non ci si poteva aspettare nulla di buono.
I del Bene in paese facevano il bello e il cattivo tempo: “tengono tutto Carate a loro devozione et ciò procede da due cose, una perché hanno ivi molti loro parenti, e l’altra perché si fanno temere con bravar’ come si è detto, a tale che serà difficile haver’ la verità de le dette cose, se non si usa gran destrezza”.
Il cardinale Borromeo, comunque, prestò molta attenzione alla denuncia, al punto che ordinò l’apertura di un’inchiesta.
Dagli atti dell’inchiesta emerse (cito le parole usate da Germano Nobili) “oltre lo scadimento della disciplina ecclesiastica e delle pratiche religiose, anche la corruzione nell’ambito della giustizia e dei costumi”.
Si appurò, fra l’altro, che ormai da tempo nell’Oratorio di Santa Maria Maddalena non si celebravano più le messe, perché quasi tutti i beni del lascito erano spariti, e quindi i cappellani non potevano essere pagati.

I del Bene avevano sperperato buona parte del patrimonio lasciato dall’avo Gabriele; patrimonio che – per di più – era stato compromesso anche da intrallazzi notarili poco trasparenti.
Il provvedimento che Carlo Borromeo adottò dopo aver conosciuto i dettagli dell’inchiesta fu inequivocabile: scomunica per “tutti quelli ch’hanno tali carichi”.
Per evitare una pena tanto disonorevole, i del Bene cercarono di soddisfare le indicazioni dell’arcivescovo, in modo che si potesse ricominciare a celebrare le messe: i diversi rami della famiglia, dunque, si impegnarono a mettere a disposizione i propri beni per pagare i cappellani.
Tra questi beni c’era anche la Casa della Torre, che venne concessa in affitto a monsignor Pompeo Confalonieri.
Da monsignor Pompeo Confalonieri, sia l’abitazione che l’Oratorio di Santa Maria Maddalena passarono a Valerio Confalonieri, che trasformò la casa in una villa patrizia, in cui visse con la moglie Isabella de Tibaldi.
L’ultimo esponente dei Del Bene, Giovan Battista (notaio a Milano e proprietario di numerosi beni a Carate), dopo la cessione della dimora La Torre andò a vivere in una casa da nobile della contrada della Canterana (l’edificio che qualche secolo dopo sarebbe diventato l’Albergo Ristorante Nando, nell’odierna via Fabio Filzi, all’altezza del civico 23).
Alla morte di Giovan Battista, per volontà testamentaria, i suoi beni vennero ereditati dal reverendo don Antonio De Capitani d’Hoè e destinati alla costruzione di un oratorio dedicato alla Beata Vergine degli Angioli, da realizzarsi su un terreno che si trovava proprio di fronte all’ingresso dell’abitazione di del Bene.
La chiesetta era corredata da una consistente dotazione di benefici: boschi, terreni agricoli, vigne, abitazioni civili e case da nobili.
L’usufrutto di questo patrimonio sarebbe dovuto servire per il mantenimento del cappellano, che aveva il compito di celebrare nell’oratorio tre messe alla settimana.
In realtà, come riferito da Germano Nobili, la cappellania rimase spesso vacante per “la cupidigia di alcuni cappellani in lite tra loro”, e le messe previste non venivano celebrate.
Dopo qualche tempo, le proprietà del beneficio furono messe all’asta, mentre l’Oratorio della Beata Vergine degli Angioli fu sconsacrato e diventò un’abitazione.
Carate, Oratorio di Santa Maria Maddalena: la famiglia Confalonieri
Valerio Confalonieri era un personaggio illustre della vita pubblica di Milano: fu giureconsulto (esperto di diritto), vicario di provvisione (funzionario incaricato dell’approvvigionamento dei viveri), consigliere della Santa Inquisizione e senatore.
Morì nel 1625, e fu sepolto nella vecchia Chiesa di Sant’Ambrogio a Carate (oggi non più esistente): proprio qui nel 1659 il fratello Pietro Paolo fece porre una lapide in marmo bianco in suo ricordo. Quando, poi, nel 1793 quella chiesa venne abbattuta per consentire la costruzione della nuova Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano (l’attuale chiesa parrocchiale di Carate), la lapide fu spostata e murata nell’Oratorio di Santa Maria Maddalena, sul lato sinistro dell’arco trionfale.
Dai tempi di Valerio Confalonieri, infatti, il Giesolo era sempre rimasto di proprietà della famiglia Confalonieri. In epoca napoleonica, alla fine del XVIII secolo, l’ultima discendente di quel ramo della famiglia, Maria Brivio Confalonieri (figlia di donna Mariana Confalonieri), sposò il vice-prefetto di Lodi Cesare Cusani: nasceva, così, il casato Cusani Confalonieri.

Per i (quasi) due secoli successivi, dunque, furono i Cusani Confalonieri a possedere l’oratorio e la dimora vicina (nota oggi, appunto, come Villa Cusani Confalonieri).

L’ultima esponente del casato, donna Beatrice, moglie del principe Cito Filomarino della Rocca, morì nel 1972.
Quattro anni più tardi il Comune di Carate acquisì dalla nobile famiglia dei principi Cito Filomarino della Rocca sia Villa Cusani Confalonieri con il suo parco che l’Oratorio di Santa Maria Maddalena.
All’epoca la chiesetta era priva di opere d’arte e con pochi arredi; ma, soprattutto, necessitava di restauri.
Negli anni successivi si provvide a risistemare sia gli interni che gli esterni, con l’aggiunta di una Via Crucis dipinta dall’artista caratese Eraldo Moscatelli con la consulenza di monsignor Luigi Crippa.
Un altro pittore locale, Angelo Fumagalli, realizzò in seguito una pala d’altare che raffigura il Cristo risorto con Maria Maddalena: il dipinto prese il posto di una tela settecentesca, che rappresentava la Vergine con Carlo Borromeo, andata perduta negli anni Settanta.
La chiesa oggi
Come appare oggi, dunque, l’Oratorio di Santa Maria Maddalena? La facciata è impreziosita da motivi in cotto artistico, che abbelliscono la struttura sotto il tetto e la cornice del grande rosone centrale con decorazioni in bassorilievo.

Sopra il portale di ingresso, invece, il piccolo architrave in pietra molera mostra il simbolo quattrocentesco di San Bernardino da Siena: il sole con il cristogramma (o trigramma di Cristo) IHS, da cui partono dodici raggi.
All’interno, non ci sono affreschi sulle pareti; un tondo in marmo bianco mostra la Madonna che allatta il bambino.
La parte riservata ai fedeli è separata da quella dell’altare con un arco di trionfo a sesto acuto, sotto il quale c’è una balaustra in pietra molera barocca risalente al XVIII secolo.
È della seconda metà dell’Ottocento, invece, la sagrestia (progettata dai fratelli milanesi Giuseppe e Fausto Bagatti Valsecchi) alla quale si accede da due porticine collocate accanto all’altare.
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Se desideri conoscere in modo più approfondito la storia di Carate e dell’Oratorio di Santa Maria Maddalena, puoi consultare il libro di Germano Nobili Per le antiche contrade.
