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Via Maestri Chiodaioli a Cimnago

Cimnago e la strada fantasma dedicata ai maestri chiodaioli

All’inizio del Novecento, la principale attività economica di Cimnago era la fabbricazione di chiodi: un’antica tradizione oggi ricordata da una piccola stradina situata accanto al vecchio Oratorio di San Vincenzo Martire. Proseguendo la lettura potrai regalarti un viaggio nel passato che ti permetterà di scoprire l’arte dei maestri chiodaioli di questo piccolo borgo della Brianza.

Cimnago, il “paese dei chiodaioli”

Cimnago è una frazione di Lentate sul Seveso che un tempo era conosciuta come “il paese dei chiodaioli”.

Ancora oggi, accanto al vecchio Oratorio di San Vincenzo Martire c’è una piccola stradina – ma piccola davvero! – che si chiama, appunto, via Maestri Chiodaioli.

Il vecchio Oratorio di San Vincenzo Martire a Cimnago
Il vecchio Oratorio di San Vincenzo Martire a Cimnago: via Maestri Chiodaioli è il piccolo spazio che vedi sulla sinistra

Si tratta di una preziosa – per quanto poco visibile – testimonianza di un’importante tradizione della storia del paese.

Come ha scritto Eustorgio Mattavelli nel libro Cimnago. Notizie e immagini, in passato “i Cimnaghesi aggiungevano alla coltivazione dei campi la fabbricazione dei chiodi, di ogni tipo, forma, uso. E tutto questo come valvola di sicurezza per la stentata economia del paese”.

Nell’Ottocento, la manodopera maschile di Cimnago si dedicava unicamente all’agricoltura: si coltivavano – in particolare – le patate, il granoturco, la segale, il frumento e la vite; a queste attività si affiancava l’allevamento dei bachi da seta.

Era, quella, una vita semplice: i prodotti dei campi, negli anni di buona resa, bastavano quasi da soli a garantire i pasti (brodo e pane di segale a colazione, riso e lardo a pranzo, polenta e latte la sera) e permettevano di pagare l’affitto.

Quando, specialmente nei mesi invernali, gli uomini del paese non erano impegnati nei boschi e nei campi si dedicavano alla realizzazione di chiodi.

Iniziavano a lavorare già alle cinque del mattino, in casa o in un bugigattolo ricavato sotto il portico della cascina in cui vivevano.

La lavorazione dei chiodi

Ma come avveniva la produzione di chiodi?

Il chiodaiolo teneva in una mano il martello e nell’altra mano una tenaglia che bloccava il ferro.

Con il piede destro azionava la menura, un pedale collegato a una corda tenuta da una pertica (la pertega) che, attraverso un’altra corda, faceva muovere il mantice (il mantes), il quale soffiava sui carboni accesi della fucina (la füsina) dove c’era il ferro.

Nel momento in cui il ferro diventava rosso, lo si spostava sulla scèpa, un masso sul quale si proseguiva la lavorazione.

Il ferro arroventato, a quel punto, veniva battuto sul luchet, così che potesse essere appiattito e appuntito; poi lo si tagliava sul vapurel.

Dopodiché il ferro appuntito veniva posizionato nella civera, un foro che consentiva di realizzare la capocchia.

Infine, il chiodo veniva “espulso” dalla muleta ed era pronto.

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I chiodaioli lavoravano, di solito, dalle cinque del mattino alle dieci di sera, con pause previste solo per la colazione (intorno alle nove), il pranzo (intorno a mezzogiorno, con la pestada del lard cucinata in casa o sui carboni accesi della fucina) e la cena (intorno alle otto di sera, con il pan de mei e un po’ di latte). 

La Cooperativa dei Chiodaioli di Cimnago

Nel 1903 i conti Besana misero a disposizione un grande fabbricato situato al confine tra Cimnago e Novedrate che fungesse da sede della Cooperativa dei Chiodaioli.

Con la Cooperativa dei Chiodaioli i cimnaghesi tentarono di organizzarsi in proprio sulla base di una mutua collaborazione.

Come scritto da Eustorgio Mattavelli nel volume che ho citato in precedenza (da cui sono tratti i virgolettati che trovi in questo articolo), la nascita della cooperativa rappresentò un avvenimento “nuovo per coloro che erano sempre stati dipendenti dai padroni e, di conseguenza, molto divisi tra loro, assolutamente incapaci di mettere in comune i loro interessi”.

Tutte le famiglie di Cimnago divennero azioniste della cooperativa, anche per capitali importanti.

“Per la fabbricazione dei chiodi la cooperativa provvedeva a fornire ferro, carbone e magli un po’ più moderni e meccanizzati di quelli totalmente manuali”. Alcuni magli vennero presi a noleggio; altri furono acquistati.

Erano anni in cui le cooperative andavano diffondendosi sempre di più: si trattava di associazioni di produzione, commercio e consumo che si proponevano di valorizzare il lavoro di chi viveva in campagna, quasi per contrastare la fuga verso la città e il passaggio al lavoro nelle industrie.

Inizialmente, l’attività della Cooperativa dei Chiodaioli di Cimnago (che si occupava anche del commercio del prodotto finito) ebbe successo; ma, con il passare degli anni, la situazione mutò a causa di attività illecite. In sostanza, quando si doveva pesare il ferro da lavorare, il peso risultava sempre inferiore a quello reale; quando si doveva pesare il prodotto finito, il peso risultava sempre superiore a quello reale.

Tali espedienti poco onesti durarono a lungo, ma “i consiglieri della cooperativa, troppo ingenui, non s’accorsero della piega sdrucciolevole dell’impresa”.

Nel 1912, però, i nodi vennero al pettine, e la cooperativa chiuse: “non si poterono più nascondere i brogli dei conti”, e “il padrone dei magli li ritirò prima di perdere le 12.000 lire”.

Fallita la cooperativa, gli azionisti ottennero denaro e il 40% del ferro, mentre ai consiglieri non venne in tasca niente.

La vicenda fu gestita da un avvocato di Como, tal Cattaneo; ma dopo cinque anni anche costui aveva “prosciugato i pochi capitali rimasti e assegnati al suo lavoro”.

L’edificio della cooperativa fu venduto alla famiglia Radice, e in seguito prese la denominazione “I Rüsi”.

Oggi, della tradizione dei maestri chiodaioli rimangono solo i ricordi degli avi tramandati di generazione in generazione e l’intitolazione di una piccola stradina, quasi invisibile agli occhi del passante distratto.

Via Maestri Chiodaioli a Cimnago
Via Maestri Chiodaioli a Cimnago

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