A Cesano Maderno il Portale del Serraglio, risalente al Seicento, stupisce chiunque lo osservi: non solo per il suo aspetto suggestivo, ma anche per la particolare posizione in cui si trova, nel bel mezzo di una stradina di un quartiere residenziale. Sei curioso di scoprire di più su questo monumento? Leggi il resto del post!
Tutto quello che ti serve sapere
Cesano Maderno, il Portale del Serraglio: un arco monumentale
Il Portale del Serraglio di Cesano Maderno è un arco monumentale risalente al XVII secolo.
No, non provare a cercarlo nel centro storico o nelle sue immediate vicinanze, perché non lo troverai.
Per raggiungerlo, devi andare in un’”anonima” strada del quartiere Molinello, via Beato Angelico: qui l’arco svetta maestoso e imponente, quasi un intruso fra abitazioni e industrie.
Che cosa ci fa qui?
Semplice: si tratta dell’arco del portale di ingresso di quello che un tempo era il Serraglio dei Borromeo, dove venivano allevati animali di grossa taglia come cervi, daini e cinghiali.

L’arco – la denominazione più appropriata è, appunto, Portale del Serraglio – si trova lungo il viale prospettico barocco in asse con il portale monumentale del muro di cinta del Giardino Arese Borromeo, con il portone di ingresso di Palazzo Arese Borromeo e con il portale trionfale di accesso al borgo.
Quel viale oggi non esiste più (perlomeno nella sua configurazione originaria); ma, in effetti, se dall’arco ti incamminassi verso il centro di Cesano, proseguendo in linea retta, arriveresti proprio al portale monumentale del Giardino Arese Borromeo.
A pochi metri dall’arco, tra l’altro, è presente una strada denominata via al Serraglio.
Sì, ok, ma che cos’era questo Serraglio?
Che cos’è (o che cos’era) un serraglio
Con la parola serraglio in italiano si fa riferimento a una struttura architettonica presente nei parchi pubblici o nei giardini dei palazzi nobiliari in cui, in passato, si tenevano uccelli o altri animali.
Non a caso, nel Parco di Monza è presente ancora oggi la Porta del Serraglio dei Cervi, un arco ogivale affiancato da due torrette che fungeva da ingresso per il luogo – il serraglio, appunto – in cui erano rinchiusi gli animali destinati alle battute di caccia.
La parola serraglio proviene dal tardo latino serallium, a sua volta derivato dal latino serraculum: etimologicamente, indica un luogo in cui gli animali erano chiusi e ingabbiati (come si può intuire se si pensa al verbo serrare).
L’idea di integrare un serraglio in una residenza grande e sfarzosa ha origini molto antiche: esisteva già all’epoca degli Egizi, quando presso le dimore dei faraoni erano ospitate varie specie di animali feroci o esotici.
Anche nei territori dell’Impero Romano i palazzi imperiali erano dotati di serraglio, ove non di rado trovavano posto elefanti, tigri e leoni importati dall’Africa.
I serragli in epoca medievale lasciarono gradualmente spazio alle voliere, impiegate per l’allevamento di uccelli esotici o di falconi che venivano utilizzati per la caccia; ritornarono significativamente in auge, però, nel XVII secolo (proprio l’epoca a cui risale quello di Cesano).
Fu in questo periodo che venne costruita la ménagerie royale de Versailles, vale a dire il Serraglio di Versailles, frutto del primo importante progetto concepito da Luigi XIV (il Re Sole): ospitava – fra l’altro – dromedari, struzzi, elefanti e pappagalli.
Per Luigi XIV, il serraglio era anche uno strumento politico, un mezzo per ostentare il potere: per questo egli diede al suo collaboratore Jean-Baptiste Colbert il compito di acquisire dalla Compagnia francese delle Indie orientali animali rari provenienti da ogni angolo del mondo.
Non solo: per il Castello di Vincennes, Luigi XIV aveva concepito un altro serraglio, dedicato ai combattimenti fra animali selvaggi.
La moda del serraglio si diffuse, negli anni seguenti, in tutta Europa: basti ricordare il Palazzo di Het Loo nei Paesi Bassi, il Palazzo del Belvedere di Vienne in Austria, il Palazzo di Belém in Portogallo e il Palazzo di Sanssouci di Potsdam in Germania.
I serragli potevano essere utilizzati per scopi diversi (anche con finalità scientifiche, per lo studio dell’anatomia comparata degli animali); ma, molto spesso, venivano sfruttati soprattutto per avere a disposizione carni destinate a rendere invitanti pranzi e cene di chi viveva a palazzo.
I serragli accoglievano, dunque, le fattorie in cui si allevavano gli animali; ma anche piccole costruzioni riparate per daini e cervi che, dopo essere stati allevati, venivano liberati nei parchi per le battute di caccia (un passatempo molto apprezzato all’epoca).
Com’era fatto il Serraglio di Cesano Maderno
Ma ora torniamo a Cesano per scoprire qualcosa in più sul Portale del Serraglio di via Beato Angelico.

Come accennato, esso segnava il limite orientale del grande viale prospettico che aveva come elemento centrale Palazzo Arese Borromeo e che proseguiva dall’altra parte del palazzo in direzione della vecchia strada comasina, tagliando il centro del paese. Nel complesso, il rettifilo raggiungeva una lunghezza di circa tre chilometri.
Il percorso fu ideato e realizzato nel Seicento: alla fine del XVII secolo, di fronte al portone di ingresso di Palazzo Arese Borromeo fu tracciato un viale che grazie a un ponte superava il torrente Seveso e arrivava fino all’antica strada comasina, così chiamata perché univa Milano e Como.

Per usare i riferimenti toponomastici di oggi: il viale da piazza Esedra proseguiva in piazza Vittorio Veneto e quindi in corso della Libertà, fino all’incrocio con corso Roma e via Volta (le due vie che seguono il percorso dell’antica comasina).
Ancora adesso, questo incrocio è contraddistinto dalla presenza di due coppie di piloni con obelischi in pietra, eredità dell’epoca, collegati da mura che danno vita a due quinte semicircolari verso la strada: servivano ad accogliere, in maniera elegante e scenografica, chi entrava a Cesano arrivando da Como o da Milano.
Lungo il viale, accanto a quella che all’epoca era la chiesa parrocchiale di Santo Stefano (divenuta da pochi anni un auditorium intitolato a Paolo e Davide Disarò), in un’area che fino a quel momento era occupata da un vigneto nacque la cosiddetta Contrada nuova, grazie alla costruzione di numerose corti a due piani: si concretizzò, così, un collegamento con la parte del borgo che circondava la chiesa.
A proposito della chiesa: in origine essa era orientata in modo diverso rispetto a quello attuale, con la facciata che “guardava” verso il Seveso: nel 1665 venne riallineata in modo che si affacciasse direttamente sul viale (ma una traccia dell’antico orientamento si può individuare ancora adesso nel campanile, che non è in asse rispetto alla chiesa ma è posizionato in senso obliquo).

Nel 1694, per decisione della contessa Giulia Arese, il viale venne prolungato fino alle pendici del terrazzamento che si trovava al confine con la brughiera delle Groane, in località ai Ronchi, dove c’era il casino di caccia utilizzato per l’uccellagione.
Il nuovo tratto del viale fu denominato Viale dei Ronchi: esso si sviluppava in piena campagna, fuori dal borgo, tra vigneti, gelsi e campi coltivati a cereali; attraversava la località Incasate e la località Pozzobonello, superava il torrente Comasinella e terminava presso il Ronco di Sotto.
Quel luogo corrisponde al punto in cui, oggi, da corso della Libertà ha origine via don Orione, la strada che porta all’Oasi Lipu: ivi svettano le due colonne del portale dell’epoca, che segnalava il limite del viale verso la Groana. I tipici pilastri a bugne con in cima gli obelischi con palla rappresentano l’elemento ornamentale peculiare di tutto il viale.

Ora torniamo a Palazzo Arese Borromeo per scoprire come, alle sue spalle, il viale proseguiva uscendo dal giardino: denominato Viale del Serraglio, seguiva il percorso corrispondente alle attuali via Alberto da Giussano e via Beato Angelico.
In particolare, dal portale monumentale del giardino il viale attraversava la località al Dosso, per poi costeggiare oltre 800 metri la Roggia Borromeo, in mezzo alla campagna, tra gelsi e vigne.
Il viale raggiungeva, dopo circa un chilometro, il Serraglio, che aveva la forma di un grande recinto rettangolare.
Oggi, come scritto nella monografia Palazzo Arese Borromeo: percorso storico-artistico curata dall’associazione di volontariato culturale Vivere il Palazzo e il Giardino Arese Borromeo, quel “recinto è scomparso, sacrificato allo sviluppo edilizio di Cesano Maderno, per lasciare il posto a case e capannoni”; “resta il solo arco d’ingresso, posto al centro della strada che gli gira attorno”.

Il Serraglio comprendeva anche una torretta in mattoni di due piani, che fungeva da colombera, e un cascinale.
Esso occupava un’area di circa 30mila metri quadri e si estendeva più o meno nell’area compresa tra le attuali via Beato Angelico, via Monte Rosa, via al Serraglio e via Matera (al tempo conosciuta come strada campestre della Vigna).
Al suo interno fluiva la Roggia Borromeo, che garantiva la disponibilità di acqua corrente fresca per gli animali che vi venivano allevati.
Il Portale del Serraglio era chiuso con un cancello in ferro battuto; probabilmente non presentava la struttura in mattoni a vista che vediamo oggi, ma era rivestito con un intonaco che metteva in risalto il cornicione della trabeazione e le fasce a bugne. Anche il fastigio a trapezio ribassato della parte centrale ha perso tutti i rivestimenti e le decorazioni che c’erano in passato.
Curiosamente, il portale non era allineato con il muro di cinta, ma era collocato su una sporgenza, come elemento aggettante: in poche parole, era “di sbieco” rispetto al recinto. Il motivo? Daniele Santambrogio, nella monografia dell’associazione Vivere il Palazzo e il Giardino Arese Borromeo intitolata Il “Serraglio degli animali” e il “Ronco di sotto”: le due estremità dell’asse barocco di Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno, ha ipotizzato che questa particolare configurazione planimetrica fosse dovuta a vincoli riguardanti le proprietà fondiarie altrui che non potevano essere modificati. Su tutti i lati, infatti, il Serraglio confinava con terreni che appartenevano alla parrocchia di Santo Stefano e, soprattutto, al Monastero di Sant’Agostino di Porta Nuova di Milano. Anche la strada campestre della Vigna rappresentava un vincolo significativo.
Ma quindi, quando fu realizzato di preciso il Serraglio? Di preciso non si sa, ma di certo esso esisteva nel 1675: a quell’anno risale il primo documento che ne parla, una lettera datata 13 ottobre 1675 in cui il conte Vitaliano VI Borromeo chiedeva a Carlo Francesco Renato Della Chiesa, presidente della Camera dei Conti dello Stato Sabaudo, di agevolare l’invio di daini e cervi per il Serraglio.
Daniele Santambrogio ha ipotizzato che esso possa essere stato costruito ai tempi del conte Bartolomeo III Arese, che era morto nel 1674. Quale che sia la data precisa, certo è che il Serraglio di Cesano Maderno è stato il primo esempio di manufatto di questo tipo in Brianza: il Serraglio dei Cervi del Parco di Monza, infatti, è stato realizzato molto dopo, nell’Ottocento.

Più certe, ahimè, sono le notizie relative alla demolizione del Serraglio.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’area fu venduta dai Borromeo.
Inizialmente fu abbattuto il lato orientale del recinto, là dove furono costruite alcune case in via Monte Rosa. Il resto della struttura resistette solo poco tempo in più, venendo distrutto alla fine degli anni Sessanta: si salvò solo il portale.

A Cesano Maderno il Portale del Serraglio, “popolarmente e impropriamente chiamato ‘Arco del Serraglio’” (come sottolineato nella monografia di Santambrogio), oggi è un emblema dello splendore barocco di un tempo: un monumento che si fa notare e ricordare non solo per il suo pregio artistico, architettonico e storico, ma soprattutto perché è totalmente estraneo rispetto al paesaggio che lo circonda.
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La monografia dell’associazione Vivere il Palazzo e il Giardino Arese Borromeo dedicata a Cesano Maderno e al Portale del Serraglio evidenzia anche che è tutto il lungo viale prospettico, unitamente alla presenza di Palazzo Arese Borromeo, a rendere Cesano Maderno una città con un’impostazione barocca.
L’impronta sei-settecentesca, infatti, è ben riconoscibile, anche se – scrive la benemerita associazione – “l’ambiente rurale originario è venuto meno, travolto da uno sviluppo urbano incontrollato che ha cancellato anche alcuni elementi peculiari di questo grande sistema barocco”.
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