A Villa Raverio la Chiesa dei Santi Eusebio e Maccabei è nata da una diatriba che all’inizio del Novecento vide contrapposti il parroco e la comunità locale: la storia della sua costruzione è stata contrassegnata da parecchie liti, da un lutto improvviso e perfino dalla fuga di un capomastro. Ti racconto tutto nelle prossime righe!
Tutto quello che ti serve sapere
La chiesa parrocchiale di Villa Raverio
Costruire una chiesa, a volte, non è solo una questione di fede, ma anche di potere, territorio e testardaggine.
A inizio Novecento, Villa Raverio scoprì di avere una chiesa troppo piccola per i suoi oltre mille abitanti, e un parroco visionario decise che era ora di traslocare.

Ma quel parroco non aveva fatto i conti con il parere del paese e dei “signorotti” locali: e così un pio desiderio rischiò di trasformarsi in una piccola grande guerra di quartiere.
Ti racconto tutto nelle prossime righe!
Villa Raverio, Chiesa dei Santi Eusebio e Maccabei: la storia
La storia dell’attuale chiesa parrocchiale di Villa Raverio, dedicata ai Santi Eusebio e Maccabei, inizia nei primi anni del Novecento.
All’epoca, una chiesa a Villa Raverio c’era già, ma era ancora quella che era stata costruita attorno al 1560, ai tempi di Carlo Borromeo, progettata per servire un villaggio composto da non più di 500 o 600 persone.
Il problema era che, all’inizio del XX secolo, la parrocchia di Villa Raverio contava una popolazione di circa 1.100 abitanti: quasi il doppio.
La progressiva crescita demografica, pertanto, rendeva necessario o ampliare la chiesa presente o, addirittura, costruirne una nuova.
Questo era anche l’auspicio che aveva manifestato il cardinal Andrea Carlo Ferrari (che dal 1894 era l’arcivescovo di Milano) in occasione della visita pastorale che aveva compiuto in paese nell’ottobre del 1901.
All’epoca, entro i confini della parrocchia dei Santi Eusebio e Maccabei c’erano, oltre alla chiesa parrocchiale, anche due oratori aperti al pubblico saltuariamente (l’Oratorio di Santa Teresa al Guidino, di patronato Osculati, e l’Oratorio di Santa Maria Ausiliatrice in Rosnigo, di patronato Pirotta) e l’Oratorio di Santa Maria della Neve in Rigola, che era riservato ai ricoverati del Pio Istituto pei Figli della Provvidenza.
Parroco di Villa Raverio era, dal 1886, don Virginio Sala: egli si mostrò ben consapevole del problema delle dimensioni della chiesa, e non si sottrasse all’incombenza di dover trovare una soluzione.
In effetti don Virginio si assunse quella responsabilità con tanto zelo che, già pochi giorni dopo la visita pastorale del cardinal Ferrari, contattò un ingegnere della Curia Arcivescovile invitandolo a compiere un sopralluogo in paese, affinché con la fabbriceria (cioè l’ente ecclesiastico che si occupava dell’amministrazione e della manutenzione dei beni della chiesa) potessero essere valutate le diverse soluzioni a disposizione.
Come indicato nel volume Villa Raverio: Chiesa, clero, popolo. Memorie dall’archivio parrocchiale 1564-1964 di Carlo e Alessandro Vergani (preziosa fonte di informazioni per la stesura di questo post), furono quattro le opzioni che vennero prese in considerazione:
- ampliare la chiesa già esistente;
- demolire la chiesa già esistente ed erigerne una nuova nello stesso punto;
- costruire una nuova chiesa accanto a quella vecchia, di cui si sarebbe mantenuto il campanile, così da ridurre i costi (e una parte dell’antico tempio sarebbe stata utilizzata come oratorio);
- realizzare una nuova chiesa in un altro posto, ai margini dell’abitato.
Scartata quasi subito l’idea di lasciare intatta la chiesa già esistente, si valutarono con cura i pro e i contro delle altre soluzioni.
Ben presto venne abbandonata l’idea di ingrandire la chiesa vecchia, poiché intervenire su una struttura già esistente avrebbe richiesto autorizzazioni per le quali ci si sarebbe dovuti immergere in lunghe e noiose pratiche: insomma, un complicato e fastidioso iter burocratico con le autorità civili che scoraggiava in partenza.
La possibilità di avere due chiese unite, mantenendone una come oratorio, non entusiasmava: sia perché le due chiese sarebbero rimaste chiuse all’interno del centro abitato, sia perché probabilmente la resa estetica e architettonica dell’intero complesso non sarebbe stata delle più piacevoli.
A queso punto, non rimaneva che l’idea di progettare e costruire un nuovo edificio fuori dal centro abitato.
Don Virginio Sala spingeva proprio per questa ipotesi: voleva realizzare una nuova chiesa a cento passi di distanza dal confine del paese, in località Menzonigo, utilizzando un terreno che apparteneva alla parrocchia.
I vantaggi che scaturivano da questa opzione erano diversi: la nuova chiesa sarebbe stata eretta in una posizione isolata ed eminente, per di più su un terreno ampio che avrebbe consentito di costruire anche la casa parrocchiale (mentre quella già esistente sarebbe stata venduta).
I buoni propositi di don Virginio, tuttavia, si scontrarono con il pensiero della maggior parte della popolazione, che comprensibilmente non manifestò entusiasmo all’idea di una chiesa lontana dal centro abitato.
I parrocchiani, inoltre, si opposero all’idea di dover prestare la propria opera gratuitamente, e nella loro protesta furono sobillati anche dai comproprietari del paese, visto che molti signorotti erano ostili alla scelta della località di Menzonigo.
La diatriba non trovò una soluzione. Gli animi si scaldarono, e don Virginio Sala pensò bene di rinviare ogni decisione, facendo passare del tempo in modo che si potessero placare le acque: tutte le pratiche vennero sospese.
Se il problema era Menzonigo, pensò il parroco, eliminiamo il problema: quindi ritirò il proprio impegno a concedere il terreno di proprietà della prebenda parrocchiale che aveva individuato in precedenza e diede ai fabbricieri il compito di trovare un altro luogo idoneo alla costruzione della chiesa.
Tutto a posto, quindi? Macché: i fabbricieri, all’unanimità, riproposero il progetto di demolire una parte della chiesa già esistente per costruire quella nuova in quel posto.
La fabbriceria emanò una circolare a stampa in cui annunciava alla popolazione locale le proprie intenzioni, e poi convocò un’assemblea che avrebbe dovuto esprimersi in proposito.
Nelle intenzioni dei fabbricieri, la nuova chiesa sarebbe stata progettata per essere in grado di accogliere più di un migliaio di persone, ma anche in modo che, in caso di necessità, potesse essere ampliata successivamente.
L’edificio sarebbe stato costruito accanto alla casa parrocchiale e vicino alla chiesa vecchia, di cui si sarebbe conservata una porzione, destinata a essere usata come magazzino per gli arredi delle confraternite e della chiesa, oltre che come oratorio per i bambini.
Non sarebbe stato eretto un campanile nuovo, ma si sarebbe mantenuto quello già presente, per risparmiare sui costi.
Sempre per ridurre le spese, i fabbricieri avevano pensato che la nuova chiesa avrebbe ospitato l’altare maggiore di quella vecchia: proprio per questo motivo l’edificio sarebbe stato progettato in stile classico semplice, a tre navate, senza inutili e costose decorazioni.
Don Virginio Sala avrebbe messo a disposizione il giardino della casa parrocchiale: la nuova chiesa sarebbe sorta su quel terreno.
La fabbriceria, dunque, diede all’architetto Oreste Benedetti il compito di predisporre un progetto e fornire il relativo preventivo.
Il 15 febbraio del 1903, nella casa parrocchiale si tenne un’adunanza dei sottoscrittori per la costruzione della chiesa: furono approvati a pieni voti sia il progetto presentato da Benedetti che il piano finanziario concepito dal parroco.
Il costo della chiesa sarebbe stato di 44.616 lire.
I fondi necessari, secondo quanto previsto dal piano finanziario, sarebbero stati reperiti attraverso una tassazione a carico di ogni famiglia, con scaglioni diversi in base alla classe di appartenenza: quella dei proprietari di case o terreni, quella degli esercenti, quella dei giornalieri e quella dei contadini.
I sottoscrittori – una cinquantina, in tutto – diedero il placet anche per il regolamento dei lavori: sarebbero stati retribuiti nei giorni feriali ma non nei giorni festivi.
L’obbligo di fornire prestazioni gratuite nei giorni festivi riguardava solo gli appartenenti alla classe dei contadini, che avrebbero dovuto provvedere ai lavori di scavo della terra e di estrazione dei materiali (il ceppo e la sabbia).
Tale obbligo non si applicava alle donne, ai ragazzi sotto i 15 anni, agli anziani oltre i 60 anni e agli ammalati.
Vennero stabiliti turni di tre ore consecutive, al mattino dalle 9 alle 12 e al pomeriggio dalle 13 alle 16.
I possessori di cavalli e carri furono costretti a metterli a disposizione per agevolare il trasporto dei materiali.
[Portare alla luce storie poco note è uno degli obiettivi di questo sito. Ti piacerebbe conoscere altre curiosità sui paesi della Brianza? Inizia a seguire la pagina Facebook di Viaggiare in Brianza: ogni giorno troverai contenuti inediti, aneddoti sorprendenti e suggerimenti per le tue gite!]
Approvato il regolamento, finalmente ci si poté mettere al lavoro.
Il 10 maggio del 1903 fu posata la prima pietra della nuova chiesa con la benedizione di don Pietro Ponti, vicario foraneo (cioè coordinatore dell’attività pastorale) di Besana in Brianza; la pietra venne collocata all’interno della base del pilastrone a supporto del pulpito.
Il 19 ottobre dello stesso anno, però, don Virginio Sala morì. In seguito alla sua scomparsa, i lavori di costruzione della chiesa si interruppero.
Il 10 aprile del 1904 giunse a Villa Raverio il nuovo parroco, don Francesco Manzoni, che si occupò subito di far proseguire e concludere l’opera.
In realtà, il cantiere riaprì solo nel luglio del 1905, dopo quasi due anni di interruzione.
Ma i guai non erano ancora finiti. Vari imprevisti misero a serio rischio il buon esito dell’impresa: dapprima la morte del capomastro, poi la scelta di un nuovo capomastro che però si rivelò inadatto e, addirittura, scappò lasciando tutti con un palmo di naso.
Anche questi contrattempi vennero superati, comunque, e l’edificio poté finalmente essere completato: il 30 settembre del 1906 la Chiesa dei Santi Eusebio e Maccabei fu consacrata dal cardinal Ferrari.
La chiesa oggi
Che fatica, ragazzi, ma che splendida impresa! Quella che era nata come una cascata di problemi e discussioni animate si trasformò nel monumento più bello e amato di Villa Raverio.
La comunità voleva la sua chiesa vicina, comoda e accessibile, e alla fine se la prese con la forza delle proprie braccia.
Oggi, gli scavi della domenica e i viaggi con i carri sono ormai un ricordo lontano, ma l’orgoglio di quella grande avventura è rimasto intatto.

La prossima volta che passerai dalle parti di Villa Raverio e sentirai rintoccare le campane della Chiesa dei Santi Eusebio e Maccabei, pensa a quanti sorrisi e quanti sforzi ci sono voluti per farle suonare.
Vuoi sostenere Viaggiare in Brianza?
Dietro ogni articolo che leggi c’è un lungo lavoro di ricerca, d’archivio e di scrittura. Se Viaggiare in Brianza ti ha fatto scoprire qualcosa di nuovo, puoi supportare il mio impegno lasciando una donazione. Basta fare clic qui sotto, e sei tu a decidere l’importo. Grazie!
Sei arrivato a leggere fino a qui? Mi fa piacere, vuol dire che sono riuscito a catturare la tua attenzione. Continua a seguire Viaggiare in Brianza anche su Instagram, Facebook e X!
Pensi che Viaggiare in Brianza possa essere la vetrina migliore per pubblicizzare la tua attività o far conoscere i tuoi servizi? Clicca qui sotto e scrivimi: leggerò il tuo messaggio con attenzione e ti aiuterò a promuovere il tuo business!
Se vuoi approfondire l’argomento di questo articolo, puoi leggere il libro di Carlo e Alessandro Vergani Villa Raverio: Chiesa, clero, popolo. Memorie dall’archivio parrocchiale 1564-1964, Parrocchia S. Eusebio e SS. Maccabei, Villa Raverio, 2002.
