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Merone, il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei

Merone, il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei

A Merone il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei è un antichissimo luogo di devozione popolare con più di 700 anni di storia alle spalle. In passato, questo edificio era conosciuto anche come Chiesa di San Giacomo in Isola, perché in effetti a volte appariva… su un’isola. Continua a leggere per scoprire tutto!

Merone, il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei: una chiesa su un’isola

Hai mai sentito parlare di una chiesa brianzola su un’isola?

Per saperne di più devi conoscere la storia del Santuario della Madonna del Rosario di Pompei di Merone!

Le cronache sacre a volte sanno essere molto più avvincenti di qualunque romanzo d’avventura: come in questo caso, tra straripamenti del lago di Pusiano, capricci del fiume Lambro, reliquie di santi sconosciuti e segreti svelati da documenti antichissimi.

Regalati pochi minuti di lettura per scoprire l’incredibile epopea di questa chiesetta della Brianza comasca!

Merone, il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei: la storia

Il Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei di Merone ha origini remote: la prima testimonianza scritta della sua esistenza risale al 1285, quando la chiesa era intitolata a San Giacomo.

A questo edificio si faceva riferimento anche nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, un elenco delle chiese della diocesi di Milano compilato alla fine del XIII secolo dal presbitero Goffredo da Bussero.

All’epoca, la chiesa di Merone rientrava sotto la giurisdizione della pieve di Incino.

Ma cos’era una pieve?

La pieve (chiamata anche chiesa plebana) era la chiesa matrice – cioè la chiesa principale – di una comunità, ed era dotata di battistero: per questo era l’unica chiesa in cui si potessero celebrare i battesimi.

Ogni chiesa plebana, da cui dipendevano le cappelle e le chiese prive di battistero, era retta da un arciprete, che era aiutato da canonici con i quali faceva vita comune: tutti insieme componevano il cosiddetto capitolo.

In epoca medievale, le chiese locali dei diversi villaggi iniziarono gradualmente a dotarsi di un proprio patrimonio attraverso i lasciti o le offerte dei fedeli.

Il più antico documento giunto fino ai giorni nostri che parla del santuario di Merone (quello del 1285 che ho menzionato poche righe fa) era, appunto, un testamento attraverso il quale veniva destinato un lascito ai canonici della pieve di Incino per la celebrazione nella chiesa meronese di messe in suffragio di un membro della famiglia Carcano, che esercitava la signoria in paese.

La chiesetta di Merone era nominata anche nel Liber Seminarii Mediolanensis, un libro fatto compilare nel 1564 da Carlo Borromeo (divenuto proprio quell’anno arcivescovo di Milano) per registrare i contributi che tutte le chiese della diocesi avrebbero dovuto versare per finanziare la costruzione del seminario diocesano.

In quel testo, si parlava della “Rettoria de Sancto Jacomo de la Ferrera alias de domino Antonio Pelizono, adesso de domino Francesco Carpano”: si citavano, cioè, i due rettori don Antonio Pellizzoni e don Francesco Carpani.

Dal Liber Seminarii Mediolanensis sappiamo, dunque, che la chiesa di Merone era detta di “San Giacomo della Ferrera” (Ferrera era il nome della località in cui si trovava).

Gli abitanti del posto, però, la chiamavano anche Chiesa di San Giacomo in Isola: probabilmente perché si trovava su una specie di piccola isola, circondata da qualche ramo del fiume Lambro, o forse perché attorniata dall’acqua quando il Lambro stesso e il lago di Pusiano straripavano.

Come riporta il sito web della parrocchia di Merone (importante fonte di informazioni per la scrittura di questo post), nel 1565 la chiesa accolse un inviato di Carlo Borromeo in visita pastorale.

Dalla descrizione che ne fece quel delegato, emerge che al tempo l’edificio era povero e in condizioni precarie; privo di campanile e di sacrestia, era dotato di un unico altare non consacrato; il fonte battesimale era descritto come poco pulito, e i dipinti della volta sopra l’altare significativamente deteriorati.

Come non bastasse, la chiesa era anche senza reliquie e senza sacrestia, ma soprattutto si trovava in un luogo paludoso: per tutti questi motivi, correva il rischio di essere abbandonata.

Per di più, la chiesa era lontana dalla casa parrocchiale, situata a diverse centinaia di metri di distanza, sul colle della Ferrera.

Nella casa parrocchiale in realtà non abitava il curato, don Francesco Carpani, che viveva altrove, ma il vicecurato: si trattava di un frate domenicano della diocesi di Bergamo, Paolo di Urgnano, con licenza di predicare il vangelo e insegnare la dottrina cristiana.

Nella seconda metà del Cinquecento, comunque, la chiesa di Merone a dispetto delle sue condizioni precarie svolgeva le funzioni di una parrocchia, ospitando non solo le consuete pratiche religiose, ma anche le celebrazioni dei matrimoni, dei battesimi e dei funerali.

Era evidente, però, che quell’edificio non fosse ideale per la pratica del culto, sia per la sua distanza dal centro abitato, sia per la sgradevole ubicazione in un luogo alquanto umido.

Per questo motivo iniziò a diffondersi l’idea di costruire una chiesa nuova, sulla collina della Ferrera, accanto alla casa del curato.

Nel 1574, nove anni dopo la visita pastorale dell’inviato di Carlo Borromeo, a Merone giunse l’arcivescovo in persona.

Egli notò non solo che la chiesa era molto lontana dalle abitazioni, ma anche che era troppo piccola: addirittura, all’interno era stata costruita una sorta di tribuna su cui erano costrette a salire, usando una scala in legno, le persone che volevano assistere alla messa.

Insomma, agli occhi di Carlo Borromeo, le condizioni della chiesa apparivano perfino peggiori rispetto a quelle ravvisate nella visita pastorale precedente.

Per di più, il vicecurato – a causa del clima pessimo – aveva abbandonato la propria abitazione e si era trasferito in un’altra casa a Moiana.

Carlo Borromeo capì che la soluzione ideale sarebbe stata quella di costruire una nuova chiesa a Moiana; nel frattempo, però, sarebbe stato indispensabile intervenire sulla chiesa già esistente per adeguarla alle esigenze del culto.

Nel 1589 si presentò a Merone in visita pastorale monsignor Pietro Barchio, che ravvisò che la chiesa era stata dotata di una sacrestia e di un confessionale.

All’inizio del Seicento – grazie al contributo dei Carpani, i signori del luogo – iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa di Moiana, che sarebbe stata intitolata all’Assunzione della Beata Vergine Maria (l’attuale Chiesetta di San Francesco).

Contestualmente, si decise che l’abitato di Merone, con la cascina Ceppo, le fornaci, i mulini e tutte le famiglie residenti al di qua della sponda destra del Lambro sarebbero passati sotto la parrocchia di Monguzzo.

I fedeli di Merone, comunque, se avessero voluto avrebbero potuto chiedere di essere sepolti nel cimitero attiguo alla chiesa della Ferrera.

Questa, per altro, non sarebbe stata chiusa al culto, ma avrebbe ospitato due messe alla settimana: una celebrata dal cappellano di Merone e una celebrata dal rettore di Moiana.

Se uno dei due non avesse rispettato tale impegno, sarebbe stato sanzionato: la sola giustificazione prevista era per il cappellano di Merone nel caso in cui uno straripamento del Lambro non gli avesse consentito di raggiungere la chiesa.

Tutti questi cambiamenti, in realtà, rimasero solo su carta e non si concretizzarono mai.

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La Chiesa di San Giacomo venne comunque restaurata, e in effetti nel 1686 venne definita elegante e moderna dal cardinale Federico Visconti (arcivescovo di Milano dal 1681), arrivato in visita pastorale a Merone.

Curiosamente il cardinale non biasimò la posizione isolata della chiesa, ma anzi ne mise in evidenza l’ubicazione strategica, visto che si trovava alla stessa distanza da Merone e Moiana.

Nel resoconto di quella visita venne annotato anche che nella chiesa erano venerate alcune reliquie di santi (come testimoniato da diversi anziani del paese) che tuttavia non erano mai state oggetto di ricognizione: e, in effetti, non si sapeva neppure a quali santi quelle reliquie appartenessero.

Nei decenni successivi, con la popolazione di Merone che arrivò a sfiorare le 400 unità, la chiesa continuò a fungere da parrocchiale per la comunità di Merone, per quella di Moiana e per una parte di Incino.

Essendo divenuto troppo piccolo il cimitero, se ne realizzò un altro a breve distanza, che entrò in funzione nel 1788, quando fu seppellito il primo defunto: un bimbo di appena tre giorni.

Tra il XVIII e il XIX secolo, a Merone – come nel resto della Brianza – si assistette a un consistente incremento demografico.

La questione fu presa in esame da don Carlo Moranzoni, divenuto parroco nel 1877: egli fece notare come la chiesa fosse ormai inadeguata e non più in grado di accogliere tutti i fedeli.

E non era un modo di dire: la maggior parte dei meronesi la domenica era costretta ad andare a messa nelle parrocchie vicine.

Non solo: in occasione della spiegazione della dottrina, mentre le donne riuscivano a trovare posto in chiesa, gli uomini dovevano rimanere fuori sostando sulla piccola piazza davanti all’ingresso.

La nuova chiesa parrocchiale di Merone

L’erezione di una nuova chiesa, insomma, appariva imprescindibile.

Quando don Moranzoni pose il tema all’attenzione della popolazione, i meronesi reagirono con entusiasmo e, anzi, assicurarono la propria manodopera per la costruzione del nuovo tempio, la cui progettazione fu affidata al veranese Tiberio Sironi, che se ne occupò gratuitamente.

I lavori però procedettero molto a rilento, e ancora per diversi anni la vecchia chiesa parrocchiale dovette continuare a soddisfare le esigenze del culto.

La nuova parrocchiale, intitolata ai santi apostoli Giacomo e Filippo con san Carlo Borromeo come compatrono, fu consacrata il 12 ottobre del 1888.

La chiesa parrocchiale di Merone
La nuova chiesa parrocchiale di Merone, intitolata ai santi Giacomo e Filippo

Essa venne arredata con l’altare e le altre suppellettili sacre della vecchia chiesa della Ferrera, che di conseguenza non poté più essere utilizzata per il culto: pertanto si dovette pensare a una sua nuova destinazione.

Nel 1891 fu fatta redigere una stima dell’edificio a un ingegnere, che suggerì di trasformare la chiesa in un magazzino da adibire al deposito di materiali.

Convertire la vecchia parrocchiale in un edificio civile, però, era un’idea gradita a pochi.

Venne avanzata, quindi, la proposta di trasformare la chiesa in un santuario da dedicare alla Beata Vergine del Roosario di Pompei.

Così avvenne: con questa intitolazione la chiesa venne registrata nei documenti della visita pastorale compiuta nel 1898 dal cardinal Andrea Carlo Ferrari, che da quattro anni era arcivescovo di Milano.

Nell’occasione, don Moranzoni nella sua relazione all’arcivescovo riportò: “I costumi del popolo sono buoni, anche se purtroppo vi è indifferenza per la religione; si tengono rarissime volte balli, mai spettacoli scandalosi. Non vi sono società anticattoliche, né vi sono stati tenuti discorsi antireligiosi, circolano giornali cattivi, libri è un caso raro”.

Dopo i restauri compiuti per volere di don Giovan Battista Riva, che fu parroco tra il 1913 e il 1920, nel 1923 il santuario fu arricchito con una Via Crucis realizzata da un frate cappuccino e regalata dalle donne di Stallo.

Merone, il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei
Merone: il Santuario della Madonna del Rosario di Pompei oggi

Nel 1934, sulla colonna davanti alla chiesa fu collocata una croce in ferro su iniziativa di don Mario Caldirola.

Tre anni più tardi, si resero necessari dei nuovi lavori di restauro, perché il tetto risultava totalmente da rifare; si provvide anche a rialzare il piccolo campanile e si realizzarono, grazie al parrocchiano Ugo Riccardi, decorazioni interne che andarono ad aggiungersi alle pitture effettuate poco tempo prima da don Mario Tantardini.

Un ulteriore restauro fu eseguito nel 1974, quando si mise mano ai dipinti e si ampliò la sacrestia.

Insomma, questo santuario vecchio più di sette secoli è sopravvissuto a tutto e a tutti: anno dopo anno, i meronesi si sono rimboccati le maniche e hanno dimostrato che nemmeno le piene del Lambro potevano affondare la loro fede.

Chissà cosa direbbero oggi San Carlo Borromeo e quel povero frate scappato a Moiana vedendo la chiesetta ancora lì al suo posto!

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