A Besana in Brianza, accanto alla Chiesa dei Santi Pietro, Marcellino ed Erasmo, spicca in tutta la sua decadente eleganza Villa Marino: una dimora risalente alla seconda metà del XIX secolo e oggi disabitata. Leggi il resto di questo post per conoscere la sua storia e scoprire come vederla da vicino in pieno centro città!
Tutto quello che ti serve sapere
La storia di Villa Marino
Il centro di Besana in Brianza è impreziosito dalla presenza elegante di una villa ottocentesca oggi disabitata, e forse proprio per questo ancora più affascinante.
Si tratta di Villa Marino, conosciuta anche con il nome di Villa Adda.

Circondata da un grande giardino, si trova tra piazza Umberto I (la piazza su cui si affaccia la Chiesa dei Santi Pietro, Marcellino ed Erasmo) e via Ferrario.
Le origini di questa residenza risalgono alla seconda metà del XIX secolo: anno di costruzione 1858, come ricorda una targa esposta sulla facciata dell’edificio.
Chiunque passeggi nella piazza principale di Besana non può fare a meno di notare la dimora, dall’aspetto decadente e al tempo stesso raffinato.

Il suo primo proprietario fu un commerciante di semi di bachi da seta, Davide Viganò. Come è stato scoperto da Claudio Zanier, già docente di Storia dell’Asia a Pisa e studioso dell’evoluzione mondiale della sericoltura, Viganò nel 1866 si recò a Yokohama, in Giappone, per comprare semi che poi sarebbero stati coltivati in Brianza.
Racconta Zanier (La ‘grande stagione della seta’ tra Italia e Giappone [1861-1880] una ricerca tutta da sviluppare) che Viganò partì con altri sei semai italiani (il lecchese Isidoro Dell’Oro, il cuneese Carlo Chiapello, il saluzzese Secondo Sala e i bresciani Vincenzo Gattinoni, Antonio Dusina e Diego Damioli) il 14 giugno del 1866, per un’escursione a cavallo nei distretti sericoli nei dintorni di Yokohama, con il sostegno del diplomatico francese Léon Roches: quest’ultimo avrebbe dovuto far arrivare in patria alcuni campioni raccolti in Giappone, destinati ad essere analizzati da Louis Pasteur, a cui Napoleone III aveva dato il compito di trovare una soluzione al problema della pebrina, una malattia epidemica dei bachi.
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Il sericoltore brianzolo e i suoi compagni di viaggio si recarono anche ad Hachioji, località oggi situata all’estremità occidentale di Tokyo, e rinomata proprio per la sericoltura.
Queste trasferte in terra nipponica spiegano anche come mai in passato la villa besanese abbia ospitato antiche armature da samurai, mentre all’esterno il giardino era abbellito da piante tipiche dell’Asia.

All’inizio del Novecento, poi, l’edificio divenne dimora di Marino Viganò (da cui la denominazione di Villa Marino), economo del Museo Poldi Pezzoli di Milano e consigliere comunale a Besana, ricordato per essere stato sostenitore della realizzazione del viale della stazione cittadina. Qui visse da ragazzo anche il figlio di Marino, Ernesto Viganò: la sua storia merita un capitolo a parte.
Ernesto Viganò e Radio Caterina
Nato nel 1916, Ernesto Viganò dopo gli studi divenne un ingegnere elettrotecnico. Nel 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale, da ufficiale dell’esercito italiano fu deportato nel lager di Sandbostel, in bassa Sassonia: finì nel campo Stalag X B OE, riservato agli ufficiali italiani che, dopo l’annuncio dell’armistizio di Cassibile, si rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Cos’era successo? Il proclama di Badoglio dell’8 settembre era stato interpretato da molti come un’indicazione della conclusione della guerra: anche per questo motivo, mentre i vertici militari si davano alla fuga, le forze armate italiane – sparse in molteplici fronti di combattimento – si ritrovarono allo sbando, senza ordini precisi.
I militari che venivano catturati dai tedeschi non avevano molte alternative: se non si dichiaravano fedeli al nazifascismo, erano destinati a essere deportati.
Aderire alla Repubblica Sociale Italiana o rassegnarsi alla prigionia? Per centinaia di migliaia di italiani, non ci furono dubbi: nelle settimane successive all’armistizio, furono più di 600mila i soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi e deportati.
Gli ufficiali erano destinati agli Oflag (Offizierslager); i soldati di truppa e i sottufficiali agli Stalag (Stammlager): proprio in uno di questi Stalag finì il besanese Viganò.
I soldati deportati furono definiti Internati Militari Italiani: non erano, dunque, prigionieri di guerra, e pertanto non potevano godere della protezione e dei diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra.
Nei lager, gli Internati Militari Italiani – visti come traditori non solo dalle guardie tedesche, ma anche dagli altri prigionieri – venivano sfruttati come manodopera coatta, e vivevano in condizioni infernali (anche dal punto di vista igienico), subendo un trattamento ben peggiore rispetto a questo riservato ai prigionieri di guerra degli altri Paesi.
Picchiati e privati dell’assistenza della Croce Rossa Internazionale, lavoravano in miniera, in fabbrica o in campagna per non meno di dodici ore al giorno. Pativano la fame, le malattie, la cattiveria umana.
Fu in questo contesto che nel 1944 Viganò – insieme con altri prigionieri militari italiani, fra cui lo scrittore Giovannino Guareschi – costruì una piccola radio ricevente a onde medie, denominata Radio Caterina: realizzata con materiali di fortuna, era in grado di ricevere segnali da Bari, Berlino e Londra, consentendo agli internati di sapere come stesse andando la guerra.
Ma in che modo fu possibile costruire una radio in un lager? E, soprattutto, con quali materiali?
Lo stesso Viganò lo ha raccontato nel 2006 – quando aveva già 90 anni – in una lettera pubblicata sul numero di ottobre di RadioRivista.
Viganò ha ripescato nella memoria i ricordi provenienti dalla “squallida cameretta della baracca di Sandbostel”, rievocando l’impegno dei suoi compagni di prigionia, “tutti intenti a preparare la radio per l’ascolto serale”: li chiamavano “azionisti” di Radio Caterina.
Forti della loro competenza ingegneristica, Viganò e gli altri si servirono di alcune scatolette di latta scartate dalla mensa dei soldati tedeschi, ricavandone delle lame che, una volta appiattite, furono montate su un’assicella.
Altre strisce di latta furono utilizzate per creare uno zoccolo che fissasse la valvola.
La resistenza fu ricavata dalla carta che avvolgeva la margarina che ogni tanto veniva concessa agli internati, opportunamente lavata, essiccata e strofinata con una matita.
La carta stagnola di una tavoletta di cioccolato, giunta con un pacco inviato dai familiari di un prigioniero, e alcune cartine di sigarette servirono per il condensatore, messo a bollire nella cera delle candele del cappellano.
Da un rasoio elettrico acquistato – al prezzo di diverse razioni di tabacco e di pane – da un ufficiale tedesco venne preso un piccolo magnete che fu poi collocato sul fondo di una scatola per ottenere una cuffia.
Ancora: un portasapone in bachelite venne adoperato per avvolgere la bobina, mentre da una torcia di una sentinella fu recuperata una pila.
Il filo per avvolgere la bobina, invece, arrivò dalla dinamo della bicicletta del sergente postino tedesco. Come fu possibile? Semplice: un giorno, mentre il postino giungeva in bici, due italiani finsero di litigare finendogli addosso e facendolo cadere. Il tedesco non poté far altro che portare i due al comando affinché venissero puniti; e così lasciò la bici incustodita. Mentre il postino e i protagonisti della finta rissa erano occupati, un complice degli italiani ebbe il tempo di smontare e aprire la dinamo per prenderne il filo.
Espedienti e trucchi alla MacGyver che oggi possono perfino farci sorridere, ma che al tempo furono il frutto della generosa e straordinaria collaborazione di menti brillanti e disperate.
La conferma arriva da queste parole di Viganò: “I nostri aguzzini ci avevano portato via tutti i soldi che avevamo all’atto della cattura, ma ci avevano lasciato dei 10 centesimi per giocare a dama. Ritagliando dei dischetti di zinco dai lavatoi e la stoffa dalle nostre coperte abbiamo rifatto la pila originaria, usando come acido della orina concentrata e fatta fermentare”. Anche la pipì, insomma.
Mancava, però, l’antenna. Ebbene, per l’antenna ci si servì di un… umano. Sì, perché il corpo umano è un ottimo materiale conduttore, in grado di captare le onde radio e trasmetterle ai circuiti che le traducono in segnali sonori.
Il ruolo fu assegnato al tenente Oliviero Olivero: tra i denti teneva la stagnola in cui terminava il filo collegato ai chiodi per la presa dell’antenna, e posizionandosi sul telaio di un vecchio letto a castello (conservato in un magazzino del lager) abbassava o alzava una gamba a seconda delle necessità per captare il segnale.
Ecco, dunque, come Radio Caterina prese vita. Forse, una follia. Certo, un lavoro lungo e complicato, non solo per le difficoltà nel reperire il materiale necessario, ma anche per l’obbligo di operare in totale segretezza.
In seguito, Ernesto Viganò e i suoi compagni di prigionia riuscirono perfino a impossessarsi del campo in cui erano detenuti, rinchiudendo alcuni dei loro carcerieri tedeschi e mettendone in fuga altri.
Non uccisero nessuno.
Radio Caterina esiste ancora: attualmente è esposta nel Museo Nazionale dell’Internamento di Padova.
Villa Marino oggi

Villa Marino attualmente è di proprietà di un’immobiliare.
Besana in Brianza, Villa Marino: come arrivare
Villa Marino si trova in piazza Umberto I 9 a Besana in Brianza.

Se hai intenzione di vederla da vicino e hai in mente di arrivare a Besana in Brianza in auto, puoi lasciare la macchina nei parcheggi di piazza Umberto I.
Preferisci arrivare a Besana in Brianza in autobus? Allora ti conviene utilizzare la linea Z232 e scendere alla fermata Dante/Umberto I. Da qui, incamminati verso la Chiesa dei Santi Pietro, Marcellino ed Erasmo (proprio di fronte a te): la villa si trova esattamente alla sua sinistra.
Nel caso in cui tu preferisca arrivare a Besana in Brianza in treno, infine, ti basterà fare riferimento alla stazione di Besana. Uscito dalla stazione, imbocca esattamente di fronte a te via Dante e vai dritto fino alla rotonda: qui vai a sinistra per raggiungere la Chiesa dei Santi Pietro, Marcellino ed Erasmo, di fianco alla quale potrai ammirare Villa Marino.
Che cosa vedere a Besana in Brianza
Villa Marino può essere il punto di partenza per una passeggiata nel centro di Besana, e non solo. Vuoi sapere dove andare? Leggi il post qui sotto, che ti svela che cosa vedere a Besana in Brianza e dove puoi fermarti a mangiare in città.
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Se vuoi saperne di più sulla storia di Radio Caterina puoi visitare il sito web omonimo (dedicato ai ricevitori radio costruiti nei campi di prigionia) e il sito web del Museo Storico Giuseppe Beccari, museo di Voghera che accoglie cimeli della storia militare del nostro Paese.
