La leggenda di Aimo e Vermondo è legata alla fondazione del Monastero di San Vittore di Meda. Si racconta che i due giovani fratelli, originari di Turbigo, fossero giunti per una battuta di caccia in Brianza, e che qui fossero stati aggrediti da alcuni cinghiali. Leggi le prossime righe per conoscere il resto della storia!
Tutto quello che ti serve sapere
Aimo e Vermondo: l’altorilievo nella Chiesa di Santa Maria Nascente di Meda
Nella Chiesa di Santa Maria Nascente di Meda è presente un altorilievo che raffigura l’episodio più noto della leggenda dei Santi Aimo e Vermondo, ritenuti i fondatori del Monastero di San Vittore di Meda.

L’opera fu realizzata nel 1938 dal professor Cesare Busnelli su un pannello di legno di tiglio (il legname era stato messo a disposizione dalla ditta Malgrati).
Busnelli prese spunto da un’antica stampa conservata presso la Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” del Castello Sforzesco di Milano e da un affresco della Chiesa di San Vittore di Meda.

Il pannello – richiesto dal parroco del tempo, don Francesco Corti, che lo benedisse il 13 febbraio del 1939 – fu collocato nell’altare movibile, sotto la seconda arcata a destra, del Santuario del Santo Crocifisso: all’epoca la Chiesa di Santa Maria Nascente non esisteva ancora, e il santuario fungeva da chiesa parrocchiale.

Una volta costruita la Chiesa di Santa Maria Nascente, divenuta la nuova parrocchiale del paese, vi fu trasferito l’altorilievo: vi rimase fino al 1983, quando – in occasione dei lavori di ristrutturazione della chiesa – venne spostato nel magazzino.

Il pannello negli anni successivi fu sottoposto a un meticoloso restauro curato da Luigi Angeli, e nel 1989 venne collocato nella nicchia del battistero del Santuario del Santo Crocifisso.
Alla fine degli anni Novanta fu trasferito di nuovo – su decisione di don Silvano Casiraghi – nella Chiesa di Santa Maria Nascente, dove si può ammirare ancora oggi.
La leggenda di Aimo e Vermondo
E, quindi, che cosa racconta la leggenda di Aimo e Vermondo?
Scopriamolo partendo da quanto scritto nel 1582 dal padre domenicano Gaspare Bugatto in Historia et origine della terra di Meda tra Milano e Como et del molto honorando monastero di nobili vergini sacre dell’ordine di santo Benedetto cassinense, eretto da li santi Aimo e Vermondo Corii, monastero dedicato a santo Vittore martire.
“Correva l’anno 776 e circa questi tempi occorse che duoi fratelli nobili giovani Milanesi, et Conti potentissimi della famiglia dei Corij, casata antica, et nobile di questa città […] andando a caccia, si oltre si spinsero, che capitarono ne’ colli e boschi di Meda”.
Dunque. Aimo e Vermondo Corio erano due fratelli, figli del signore di Turbigo, apprezzati per la nobiltà del casato da cui provenivano ma abituati a condurre un’esistenza all’insegna dell’eleganza e dello sfarzo, tra indumenti preziosi e domestici a loro devoti: vanitosi e ricchi, non esitavano a ostentare i propri beni.
Un giorno, i due organizzarono una battuta di caccia al cinghiale. Insieme con i propri servitori, attraversarono brughiere e selve allontanandosi parecchio dal Turbigo, fino a ritrovarsi nei fitti boschi della Brianza, nei pressi del villaggio di Meda.
Smarritisi tra la vegetazione selvaggia, rimasti soli e senza cavallo, cercavano di ritrovare la strada perduta, quando si accorsero di essere inseguiti da alcuni cinghiali.
Costretti a scappare, Aimo e Vermondo giunsero di fronte a un piccolo tempio intitolato a San Vittore, dove c’erano due allori piuttosto alti.
Per mettersi in salvo, i due fratelli salirono sopra le piante. Ben presto, però, si resero conto che quel rifugio non era sicuro: i cinghiali, infatti, avevano iniziato a scavare il terreno per far cadere gli allori e poter raggiungere le prede a cui puntavano.
Allora i giovani, disperati, promisero a Dio, alla Vergine e a San Vittore che, se si fossero salvati, avrebbero costruito proprio in quel punto un monastero e lì avrebbero trascorso il resto della propria esistenza al servizio del Signore.
All’improvviso, i cinghiali smisero di scavare e se ne andarono, disperdendosi nel bosco: Aimo e Vermondo erano salvi!
Scesi dagli alberi, si cinsero la testa con una corona di foglie di alloro e tornarono al proprio castello di Turbigo, dove riferirono ad amici e parenti quel che era successo loro, inclusa la promessa a Dio.
Tennero fede al voto: vendettero i propri beni e, con il ricavato, eressero un monastero nella zona in cui avevano vissuto la terribile disavventura per poi trovare la salvezza.
Aimo e Vermondo si ritirarono in quel monastero, donato alle monache benedettine, e intrapresero una vita anacoretica: praticavano il digiuno, dormivano su un po’ di strame e usavano dei sassi come cuscini, una stuoia come coperta e un cilicio come camicia.
I due fratelli morirono intorno al 790, e i loro corpi vennero collocati all’interno di un sepolcro del monastero.
Da allora, le reliquie dei due santi fondatori vennero conservate dalle monache, che ne cantavano le lodi in un rito sacro creato appositamente da un frate domenicano di nome Modesto da Vicenza.
Con il passare dei secoli, l’esistenza di altari intitolati ad Aimo e Vermondo è sempre stata confermata dalle diverse relazioni scritte delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi di Milano e dai loro delegati.
[Cerchi idee per una gita nel fine settimana? Segui la pagina Facebook di Viaggiare in Brianza: ogni giorno troverai consigli, proposte e spunti per scoprire nuovi posti vicini a te!]
Ancora oggi le reliquie di Aimo e Vermondo si trovano nella Chiesa di San Vittore di Meda. Ogni anno il 13 febbraio i due busti che contengono le reliquie vengono collocati sull’altare maggiore del Santuario del Santo Crocifisso.

Nei secoli passati, il giorno del 13 febbraio era una festa solenne. Poi nel Novecento hanno acquisito più importanza il triduo del miracolo del Santo Crocifisso ad agosto e la festa di Santa Maria Nascente a settembre, che hanno quasi fatto “dimenticare” la celebrazione dedicata ad Aimo e Vermondo. A “recuperare” la ricorrenza dal parziale oblio in cui era caduta è stato don Silvano Casiraghi, che ha deciso anche di inserire Aimo e Vermondo nell’elenco dei nomi dei santi che vengono invocati nei funerali.
Il Monastero di San Vittore – invece – non esiste più da tempo: fu soppresso nel 1798 (in seguito all’arrivo in Italia di Napoleone e alla proclamazione della Repubblica Cisalpina), e successivamente trasformato dall’architetto Leopoldo Pollack nell’attuale Villa Antona Traversi.
Storia o leggenda?
Ma noi come facciamo a conoscere la storia di Aimo e Vermondo?

Il più antico fra i documenti che la menzionano è la Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi: una sua copia fu trovata nel 1932 tra le carte della Biblioteca Trivulziana di Milano dall’ingegner Carlo Agrati, uno storico di Meda (a cui, per altro, è dedicata una via situata proprio a pochi passi dal luogo in cui sorgeva il Monastero di San Vittore).
Il documento risale al Trecento: ciò dimostra che già in epoca medievale esisteva una devozione popolare nei confronti di Aimo e Vermondo.
Formato da undici fogli di pergamena, è un libro miniato scritto in latino tardo medievale; fu realizzato su richiesta di Fiorina de Solbiate, che fu monaca e canevaria (cioè tesoriera) del monastero medese a metà del XIV secolo.
È probabile, dunque, che il testo sia stato commissionato e creato intorno al 1360: lo dimostrerebbero anche i costumi indossati dai personaggi rappresentati nelle illustrazioni, tipici dell’era di Bernabò e Galeazzo Visconti (metà del XIV secolo, appunto).
Nella Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi sono elencati – fra l’altro – tutti i miracoli che sarebbero avvenuti al tempo in cui i corpi dei santi erano custoditi nella Chiesa di San Vittore di Meda.

Sono davvero tanti: mi limiterò a menzionarne alcuni.
Si racconta, per esempio, che una donna di Meda non aveva voluto celebrare la festa dei due santi e per questo aveva perso la vista; la recuperò solo dopo aver ricominciato a pregare.
Di due coniugi di Cantù, invece, si dice che fossero disperati perché quando la moglie rimaneva incinta non riusciva mai a portare a termine la gravidanza; una volta ci riuscì, ma il figlio nacque infermo. Una notte, il marito vide in sogno Aimo e Vermondo, che gli preannunciarono la guarigione del figlio; e così accadde.
Ancora, nel testo si narra di uomo che viveva a Momo, nella diocesi di Novara, fratello di una monaca del monastero di Meda e padre di un bambino deforme: la monaca pregò i santi per far sì che il nipote guarisse. Il piccolo, battezzato con il nome di Aimo, ottenne la grazia.
Oltre al libro miniato custodito nella Biblioteca Trivulziana, della Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi esiste una copia simile, che dal monastero medese passò a una biblioteca di Milano, per poi andare in Francia (dove appartenne a vari collezionisti), e da qui arrivò a Sotheby’s, casa britannica che si occupa di vendite all’asta.
Nel 1987, tale copia fu dunque battuta all’asta a Montecarlo, venendo acquisita per circa 470 milioni di lire dalla Getty Foundation (la base d’asta era di 60 milioni; anche il Comune di Meda partecipò all’asta, ma si fermò a un’offerta di 100 milioni).
Ancora adesso quel manoscritto è custodito nel Jean Paul Getty Museum di Los Angeles: se sei curioso di scoprirlo, lo puoi trovare cliccando qui e visitando il sito del museo.
I due manoscritti – quello della Biblioteca Trivulziana e quello del Jean Paul Getty Museum – presentano delle lievi differenze; furono scritti e miniati da autori diversi in tempi diversi, ma entrambi provengono dalla bottega del pittore e miniatore Anovelo da Imbonate. Tutti e due sono incompleti, in quanto privi delle pagine finali.
Le incongruenze
A questo punto rimane da chiedersi quanto ci sia di vero, o almeno di verosimile, nella leggenda di Aimo e Vermondo.
Quando Carlo Agrati, dopo aver trovato il manoscritto negli archivi della Biblioteca Trivulziana, pubblicò il libro I santi Aimo e Vermondo Corio e il più antico documento della loro tradizione, non mancò di mettere in evidenza tutte le incongruenze che aveva riscontrato nella storia.
Difficile immaginare, per esempio, che i due giovani avessero davvero percorso tanti chilometri da Turbigo (che si trova al confine con il Piemonte!) a Meda per andare a caccia, attraversando fitti boschi frequentati da animali pericolosi (all’epoca la presenza di lupi e cinghiali era una consuetudine).
Anche il comportamento dei cinghiali, che si racconta avessero scavato attorno agli alberi per farli cadere, è fin troppo ingegnoso, e dunque poco credibile.
Il riferimento al cognome Corio, poi, è antistorico. I cognomi, infatti, iniziarono a comparire attorno all’anno Mille, divenendo una tradizione consolidata un paio di secoli più tardi: di certo non c’erano nell’VIII secolo.
C’è da considerare, ancora, che prima della metà del Trecento (quando, appunto, fu realizzato il manoscritto della Legenda venerabilium virorum Aymonis et Vermondi) nessuno aveva mai raccontato questa storia. Insomma, di Aimo e Vermondo per seicento anni non aveva mai parlato nessuno.
Si può ipotizzare, in sostanza, che la leggenda di Aimo e Vermondo sia stata proposta da Contessa da Besozzo, che fu badessa del Monastero di Meda dal 1276 al 1301. Chi l’aveva preceduta (Maria da Besozzo, che ricoprì il ruolo di badessa tra il 1241 e il 1276) non aveva mai indicato in nessun documento il culto dei due santi. E neppure il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, compilato alla fine del XIII secolo dallo storiografo Goffredo da Bussero, accennava ad altari o a chiese con un’intitolazione ad Aimo e Vermondo.
A Meda oggi esiste via Santi Aimo e Vermondo: si trova proprio di fianco al muro di cinta del giardino di Villa Antona Traversi, dove un tempo sorgeva il monastero.
Sostieni Viaggiare in Brianza!
Curare questo sito mi piace, ma è impegnativo – anche dal punto di vista economico. Un piccolo gesto da parte tua può garantire nuove storie e itinerari. Partecipa anche tu: se ti va, clicca qui sotto per lasciare una donazione. Scegli l’importo che preferisci. Grazie!
Ci sono posti magnifici in Lombardia di cui non parla nessuno: scoprili con me seguendo Viaggiare in Brianza su Facebook, Instagram e X.
Hai scoperto un errore? Vuoi raccontarmi qualcosa? Ti piacerebbe promuovere la tua attività commerciale su queste pagine? Puoi contattarmi cliccando qui sotto: scrivimi, e cercherò di risponderti il prima possibile!
Per saperne di più sulla leggenda di Aimo e Vermondo, puoi leggere il volume Memorie di Meda. Dal paesaggio, al borgo, alla città; un itinerario urbano nel vissuto dei tempi. Le origini – Il Tarò – Il reticolo idrico minore – Le fornaci di Felice Asnaghi: è ricco di notizie, aneddoti e curiosità. Io stesso l’ho consultato per scrivere questo articolo.
