L’ex manicomio di Mombello a Limbiate nella seconda metà del XIX secolo era ritenuto una struttura all’avanguardia: lo testimonia un reportage pubblicato dal Corriere della Sera nell’agosto del 1878, in cui si tessevano le lodi della struttura e di chi la gestiva. Se sei curioso di saperne di più, leggi il resto di questo post!
Tutto quello che ti serve sapere
Ex manicomio di Mombello: quando era una struttura all’avanguardia
Quando oggi si parla dell’ex manicomio di Mombello, il pensiero corre subito agli edifici abbandonati, ai muri ricoperti di graffiti e ai lunghi corridoi vuoti da cui scaturisce un’atmosfera lugubre e spaventosa.

Eppure, alla fine dell’Ottocento, questo stesso luogo rappresentava l’esatto contrario: un simbolo di modernità, un’opera pubblica di cui la Provincia di Milano andava orgogliosa e che la stampa presentava come uno dei manicomi più avanzati d’Italia.
Nell’estate del 1878 il Corriere della Sera visitò il nuovo ospizio di Mombello e realizzò un lungo articolo, pubblicato in due puntate il 23 e il 24 agosto.
Ho cercato nell’archivio del Corriere quel reportage e l’ho letto con attenzione.
L’intento per cui fu scritto è evidente: mostrare ai lettori una struttura innovativa, progettata secondo i criteri più moderni della medicina psichiatrica dell’epoca.

Quel servizio, rivalutato a distanza di un secolo e mezzo, incuriosisce e inquieta al tempo stesso. Accanto all’immagine di un luogo ordinato, luminoso e quasi rassicurante, propone episodi che lasciano trasparire una realtà ben diversa: le descrizioni dei pazienti, e i termini usati per ritrarli (“idioti”, “mentecatta”), generano una sensazione di profondo turbamento.
Giudica tu stesso.
Il reportage del Corriere della Sera dedicato all’ex manicomio di Mombello
Il resoconto della visita cominciava con toni entusiastici: la strada che conduceva a Mombello attraversava una campagna brianzola descritta come fertile e salubre, lontana dall’aria pesante della Milano industriale.
“In meno di due ore, colla carrozza fummo a Mombello cui si sale per vie dolcemente ondeggianti, e dove tutto sorride. Il luogo è lieto ed ubertoso, ed è pieno di quell’aria elastica e salubre che al solingo Parini, stomacato dai miasmi della città di Milano, piaceva tanto“.
L’ambiente naturale era parte integrante del racconto: il paesaggio non era un semplice sfondo, ma uno degli elementi che avrebbero dovuto contribuire alla guarigione dei ricoverati.
“Si sale contenti; ma tanta letizia tranquilla è ben presto funestata da undici lettere nere nere, sottosegnate da una freccia pur nera, che si vedono a destra sull’alto d’un muricciuolo. Quelle lettere e quella freccia c’indirizzano: Al Manicomio di Mombello, al nuovo ospizio dei pazzi ch’è già eretto, ma non è compiuto ancora. La Provincia vi spende attorno due milioni di lire e più, e vi accoglie i pazzi poveri che ora sommano a mille e cento“.
Sì, i pazzi poveri: perché (anche) all’epoca la scelta del luogo di cura dipendeva da quanto si poteva spendere.
“I pazzi ricchi vengono rinchiusi nei manicomii privati dove il lusso spesso circonda quegli sventurati pei quali i parenti elargiscono al giorno quattro, cinque, otto e venti lire pel mantenimento e per le cure. Sono rari quei pazzi pe’ quali i parenti paghino il mantenimento nel manicomio della Provincia. La corrisponsione in questi casi è tenue assai, una lira e mezza al giorno tutt’al più, mentre le cure sono molte e intelligenti più che altrove, e amorose per tutti“.
L’obiettivo era chiaro: convincere il lettore che Mombello non avesse niente a che fare con i vecchi manicomi; e, in particolare, con la Pia Casa della Senavra, il primo nucleo manicomiale della città di Milano di cui Mombello aveva preso il posto.
La Senavra, entrata in funzione nel 1781, era poco salubre, situata in prossimità di acque stagnanti che favorivano la proliferazione delle zanzare (e quindi della malaria) e sovraffollata: pensata per ospitare non più di 300 persone, a metà dell’Ottocento ne accoglieva oltre 500. Per tutte queste ragioni, era stata deliberata la costruzione del nuovo ospedale psichiatrico di Mombello, dove i ricoverati della Senavra erano stati trasferiti all’inizio del 1878.
Il reportage del Corriere ricordava quanto fossero crudeli le pratiche del passato, evocando i tempi in cui i malati mentali erano percossi, incatenati o considerati strumenti del demonio.
“È un fatto, spaventoso, che i pazzi sono cresciuti a dismisura negli ultimi anni; ma è un altro fatto consolante che mentre da una parte la vita centuplicata, febbrile e misera popola di infelici i manicomii, dall’altra la società impietosita li accoglie in luoghi sorridenti e cerca di tutto per rendere meno tremenda la loro, quasi sempre irreparabile, sciagura. Una volta c’era l’atroce costume di percotere e flagellare a sangue i poveri maniaci, credendo di calmarli. Fuvvi un tempo che i maniaci erano creduti figli del diavolo o creature dominate dal diavolo, e come tali si bruciavano vivi sui roghi, nelle pubbliche piazze al cospetto di un magro crocifisso di legno, e d’una plebe tacita e atterrita. I manicomii che si fabbricavano anche nel principio di questo secolo hanno l’aspetto tutti di carceri“.
In questo confronto storico, il nuovo ospizio appariva come il simbolo del progresso scientifico e civile.
“Per offrire un’idea del nuovo manicomio di Mombello, adoperiamo una sola parola: è splendido. Vi rattristate, e vi sembra strano, dapprincipio, che fra tanta placida festa della natura l’uomo abbia avuto e voluto piantare una casa di dolore; ma, quando vedete quell’asilo, la melanconia vi lascia e sentite l’animo sereno“.

L’articolo insisteva nel porre l’accento sulla bellezza del luogo: la sua posizione sopraelevata permetteva di vedere i colli della Brianza e, nelle giornate limpide, perfino le guglie del Duomo di Milano.
“Da una parte si disegna il profilo de’ colli della Brianza; dall’altra, nei dì limpidi, si scorgono le guglie del nostro Duomo“.
Il complesso era descritto come immerso nel verde, circondato da orti e frutteti, quasi nascosto nel paesaggio. Perfino il muro di cinta, elemento inevitabile in un manicomio, veniva minimizzato. Esisteva, naturalmente, ma – si sottolineava nel resoconto del quotidiano milanese – era poco visibile e collocato più in basso rispetto agli edifici principali.
“Il muro di cinta dell’asilo non si vede quasi neanche: è molti metri abbasso, in una specie di verde vallata dove i pazzi più tranquilli possono discendere e svagarsi fra gli ortaggi, i frutteti e il vivificante lavoro della terra. In gran parte sono contadini i poveri rinchiusi a Mombello, e certo avendo agio di lavorare la terra, parrà loro men dura l’idea di trovarsi nell’Ospizio e sotto la vigilanza più attenta“.
Anche l’architettura contribuiva a questa narrazione. L’edificio – specificava il Corriere – era pieno di luce e attraversato dall’aria, dotato di più di mille finestre; grandi cortili e lunghi porticati consentivano ai ricoverati di passeggiare anche quando pioveva.
“È tutto inondato di luce e di aria che circola per gli ampi cortili ed entra vivace nelle camere col profumo dell’erbe per ben milletrecentottanta finestre. È in elevata posizione e dinanzi a esso s’apre immenso l’orizzonte che si sperde e sfuma nei vapori lontani. […] Le camere girano attorno a un cortile e il cortile è tutto ad arcate sotto le quali i pazzi possono passeggiare liberamente quando piove“.

Ogni dettaglio serviva a trasmettere un’idea di apertura.
“L’ospizio di Mombello venne eretto su progetto dell’ingegnere Lavezzari secondo i nuovi sistemi di manicomii a’ quali l’idea della reclusione vien tolta più che è possibile“.
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Il complesso era organizzato come una piccola città. All’ingresso si trovavano gli edifici della portineria e della farmacia; più avanti sorgevano gli uffici della direzione, gli archivi, gli spazi amministrativi e gli studi dei medici. Da qui si accedeva ai diversi padiglioni destinati ai ricoverati.
“Appena vi appressate al Manicomio di Mombello vedete a destra e a sinistra due eleganti edifici isolati: l’uno serve ad uso di portineria e l’altro di farmacia.
Fra l’uno edificio e l’altro corre un larghissimo cancello di ferro, attraverso il quale si scorge la bella facciata dell’asilo del dolore. […]
Di fronte, nello spazioso cortile, sorge il fabbricato, ad uso degli uffici di direzione, dell’archivio, dell’economato, dei medici. A destra s’alzano i riparti delle donne, a sinistra quegli degli uomini.
Una parente che volesse veder un infermo, dopo aver ottenuto il permesso del direttore, attraversando il cortile passa dall’anticamera del portinaio in una bella stanza, il parlatorio, dove, colle debite cautele, è introdotto l’ammalato“.
Questa immagine apparentemente perfetta di Mombello, però, in alcune parti del reportage mostrava delle crepe. Per esempio nel seguente episodio, riferito quasi di sfuggita.
“L’istinto della cara libertà agita tutti, anche coloro il cui cervello è devastato dalla follia. Quando noi visitammo quel manicomio, i poveri pazzi, le dementi ci si facevano attorno, e alcuni piangendo e altri minacciando altresì o pregando umili umili, ci domandavano la carità di uscire. Eppure il Manicomio di Mombello sembra un luogo libero“.
Una scena brevissima, ma sufficiente a ricordare che, per quanto elegante potesse apparire la struttura, si trattava pur sempre di un contesto dal quale nessuno poteva uscire liberamente.
D’altro canto, scriveva il Corriere, il manicomio “sembra un luogo libero“. Non: è un luogo libero. Una sfumatura che lasciava intuire quanto fosse difficile conciliare l’idea di un’istituzione umanitaria con la realtà della reclusione.
Anche la descrizione dei reparti offriva un’immagine molto diversa dallo scenario suggerito all’inizio del reportage. I pazienti erano classificati secondo categorie precise.
“I riparti dell’immenso edificio sono l’un molto discosto dall’altro, e sono otto; quattro sono pei pazzi e quattro per le pazze. Essi sono destinati agli epilettici, ai tranquilli, ai semiagitati e agli agitati furiosi.
Lo stesso ordine è stabilito pei quattro riparti delle donne. Questi riparti sono una serie di camere e di corridoi“.
Non tutto appariva perfetto e rassicurante, però.
“Venerdì passato, a mezza la giornata scese uno scroscio di pioggia e allora fu uno strano spettacolo il veder le pazze correre entro i cameroni. Alcune – erano le semi-agitate – si attaccavao gridando alle gonne di altre e intanto a qualcuna, in quel correre si denudavano le spalle livide e stecchite“.
Nessuna innovazione architettonica poteva cancellare la condizione dei ricoverati.
“In un altro cortile, vedemmo gli epilettici con un turbante di tela cerulea attorno alla testa. Erano arrivati dalla Senavra poche ore prima. Ve n’erano di pallidi pallidi cogli occhi incavernati, col viso tutti cincischiato e tutto cicatrici per le cadute improvvise negli accessi terribili di quell’insanabile malattia. Altri erano d’aspetto robusto, florido e non si sarebbero mai detti infermi. Uno d’essi magro e bruno si mise in ginocchio nel mezzo del cortile, guardando muto lungamente il cielo, e facendo gesti strani all’aria. In quel momento pativa certo d’allucinazione“.
Dietro le grandi finestre, i cortili alberati e le facciate curate, rimanevano uomini e donne che avevano perso la libertà, e in molti casi non l’avrebbero ritrovata mai più.
“Le ampie stanze di ricetto pei pazzi hanno torno torno delle solide panchine infisse al muro, dipinte in giallo; inverniciate, sulle quali i pazzi stanno seduti, quando non errano qua e là come fiere in un serraglio. I pazzi tranquilli, i malinconici vi siedono volentieri per interminabili ore. Sono vestiti come gli altri, d’una veste di tela cilestre. I più sono sciolti e stanno colla testa curva sul petto, colle braccia incrociate o distese sui ginocchi, e stanno meditando. Vedemmo delle teste grosse grosse, degli occhi d’idioti che ci guardavano fissi, vitrei, senza espressione. Altri pazzi tranquilli appena noi entrammo nella sala si alzarono dalle panchine, si cavarono il berretto e s’inchinarono riverenti e quasi paurosi al nostro passaggio e vedemmo allora delle teste nere, grigie e calve. Ve ne sono di tutte le età di quegl’infelici, miserabili tutti o quasi tutti. Stringe il cuore a vederli, e fra quelle rughe precoci, su quelle guancie scarne si leggono tragedie di dolori lunghi e forse ignorati e sopportati in silenzio, in una capanna oscura – dolori che ottenebrarono per sempre quei poveri cervelli“.
Nel reparto femminile tutto sembrava impeccabile. Sembrava…
“Le cucine sono spaziose e lucentissime. La pulizia domina dappertutto. Adesso si sta terminando la cucina ch’è ampia e sorge di fronte alla direzione, nel mezzo dell’immenso stabilimento, e dalla quale partiranno, fra poco, nelle ore fisse, i carri delle vivande. Questi corrono su dei lunghi binari di ferro e vengono condotti a tutt’i compartimenti dei pazzi. I binari e i carri sono coperti da lunghe tettoie di ferro anch’esse, le quali, in caso di pioggia, servono anche per riparare i medici i quali devono passare da uno stabilimento all’altro. Sono tettoie e verande solide e graziose. Fanno un bell’effetto. Così passando sotto di esse si va ai bagni e al teatro dei pazzi“.
Le donne venivano osservate e descritte con curiosità, senza alcun intento derisorio. Anzi, si coglieva il dramma della perdita di identità.
“Nei cameroni dei refettori son piantate lunghe e belle tavole e lunghe panchine; in quelli da lavoro le panche hanno la spalliera; nei dormitoi, i letti di ferro con lenzuola nivee, di bucato, sono distanti l’uno dall’altro un metro e l’aria entra per finestre alte e per opportuni ventilatori a fior di pavimento. […] Le camere sono tutte allegre. Nel laboratorio delle donne, una mentecatta, inoltrata in età e attorniata da altre assistenti, dirigeva i lavori di cento e più donne le quali sedute in bell’ordine agucchiavano taciturne i loro abiti di tela color castano. Una di esse, una bella giovinetta di sedici anni, sospese il suo lavoro e ci guardò sorridendo, mentre un’altra ci venne incontro e ci narrò con voce rauca che tutto il giorno la facevano parlare, per cui la sua voce non era più argentina come ne’ suoi bei tempi. […] Era stata un’istitutrice, ella diceva, ed era vero. Era colpita da delirio di persecuzione“.
Prima di essere ricoverate erano state insegnanti, attrici, contadine, giovani ragazze: a Mombello, invece, la loro umanità era definita unicamente dalla diagnosi.
“Un’attrice del teatro milanese, un’attrice di seconde parti, è fra le idiote: è tranquilla, non parla mai. Un’altra donna, appena ci vide, s’inginocchiò a terra e curvò il capo in atto riverente. Ci credette, per un momento, l’eccellentissimo imperatore che ella attendeva ansiosamente in quel giorno per far fare al suo cospetto, com’ella dice, la più meschina figura ai medici tutti. Nel riparto delle semi-agitate una femmina appena ci vide, alzò la voce rabbiosa e: «Questa è una vera scelleraggine! disse: mi tengono qui da tanti anni fra le pazze, come una pazza, mentr’io sono la Regina!» e rideva d’un riso fatuo e continuava a gridare. Una contadina borbottava altre parole, sognando gemme, cocchi e cavalli. È strano! Chi fu indigente sogna ricchezze, chi fu condannato ai più abbietti servigi si crede duca, principe, re – la donna ieri bigotta oggi è laida, chi era d’indole taciturna oggi strepita e fa chiasso. Qui sono femmine isteriche assorte in lunghe visioni serafiche; là, altre che accennano di stringersi al seno i fantasmi della loro accesa fantasia“.
L’immagine più dura arrivava dalla sala del bagno, paragonata addirittura a una bolgia dantesca.
“Chi, accovacciato sul suolo, si avvoltola nelle vesti come tremasse di freddo, e chi vien spogliato dagli infermieri ed è messo sotto le doccie possenti in bacini ampî, tutti di marmo ben lavorato dal cui centro sorge l’acqua calda mentre d’alto piombano i getti gelidi che placano le convulsioni di quegli sventurati. La sala del bagno si riempie allora di urli, di strilli, e il manicomio sembra una bolgia di Dante“.
Anche il teatro, presentato come una delle grandi innovazioni di Mombello, mostrava un volto ambiguo: da un lato costituiva un tentativo di offrire svago e attività culturali ai ricoverati; dall’altro lato non riusciva a nascondere la necessità che sui pazienti venisse esercitato un controllo costante.
“Il teatro che si sta per costruire non manca d’eleganza. La platea è riserbata per gli uomini, la ringhiera per le donne. Un pazzo dipinse già con certo talento scenico gli scenari. Si chiama Bossi, ed è lo stesso che fece a olio il ritratto del direttore dello stabilimento, il dottor Gaetano Rinaldini. Bisogna vedere quel ritratto: è fatto bene. I piaceri intellettuali tornano di grande sollievo ai reclusi. Forse è l’unico loro sollievo! C’era a Mombello un maniaco il quale amava la poesia colla passione d’un innamorato e quando scorgeva qualcuno, gli si presentava d’un guizzo davanti e gli improvvisava versi mezzo meneghini e mezzo italiani; poi d’un subito ritornava al suo posto, s’acquattava, e non fiatava più. Molti monomaniaci hanno per la drammatica un’attitudine speciale. Qualche volta nel loro teatro succedono – è ben naturale! – fatti curiosi. C’è per esempio a Mombello un suonatore di corno dalle pupille inquietissime, il quale non potrà certo eseguire de’ pezzi musicali, se il corno non verrà ben bene assicurato. Egli per mania impulsiva avventa lo strumento contro le invetriate e le manda in mille frantumi. Odia i vetri; è pericoloso, e lo sa lui stesso, per cui se ne lamenta sempre e talvolta si lega le mani per non trascendere a quegli eccessi“.
Il servizio del Corriere sottolineava che l’organizzazione del personale era basata su ordine e disciplina, fondamentali per il funzionamento dell’ospedale. Il direttore Gaetano Rinaldini era descritto come un amministratore inflessibile ma giusto.
“Nella nostra escursione, noi avemmo la fortuna d’aver guide assai intelligenti e squisitamente cortesi. Il direttore del manicomio dottor Gaetano Rinaldini e l’ingegnere direttore dei lavori, nonché, a tratti, il gentile medico dottor Girolamo Riggi ci condussero offrendoci le più minute informazioni. Il Rinaldini, egregia persona, è avvezzo a dirigere il pandemonio dei manicomi e lo fa con talento, con mano ferma, con pupilla sicura, con amore instancabile. Basti il dire che il basso personale è educato tutto militarmente“.
Gli infermieri che maltrattavano i pazienti venivano licenziati e perfino denunciati.
“Guai se uno osa alzare le mani sui maniaci! Due di quei disgraziati l’osarono e furono non solo licenziati dal servizio, ma condannati al carcere. Un capo infermiere il quale, una sera avendo perduta la pazienza, aveva scosso per l’abito un pazzo, fu degradato e diventò semplice infermiere, e a lui non valsero i lunghi ottimi servigi e l’avere altra volta ricevuta una coltellata sul capo da un demente“.

Il reportage terminava con un’immagine struggente.
“Il direttore dei lavori è un giovane d’ingegno, operosissimo, ed anche ad esso deve molto l’ospizio di Montebello. È simpatico, modesto, e porta questo bel nome: Marco Visconti. […] «Oh la sera e la notte soprattutto! ci disse quel giovane ingegnere stringendoci la mano. Stanchi dal lavoro, noi si va a riposare, ma allora si sentono più che mai nel silenzio della notte gli ululati dei poveri pazzi che non riposano. È una cosa che stringe il cuore!…»“.
Una frase breve, pronunciata forse sottovoce: eppure era sufficiente quella confessione a cambiare completamente la prospettiva.
Mombello era davvero un ospedale innovativo rispetto agli standard dell’epoca. Gli spazi erano ampi, l’igiene curata, il personale sottoposto a regole severe; l’idea stessa di costruire un manicomio immerso nel verde rappresentava un cambiamento importante. Ma…
Le righe qui sotto esprimono icasticamente il contrasto tra le descrizioni idilliache dei luoghi e ciò che effettivamente avveniva in un ospedale psichiatrico.
“Attraversando una via tagliata dalla collina ci furono mostrate anche le comode case ad uso degl’impiegati del manicomio erette sopra una collina donde si domina uno spettacolo stupendo di verzura. Fummo poi introdotti nel gabinetto anatomico entro cui l’aria penetra da ampi finestroni da appositi ventilatori. La luce da certi abbaini piomba fredda dall’alto sulla tavola anatomica dove si aprono i cervelli dei morti e si riscontrano gli allargamenti fatali delle cellule della massa cerebrale onde spesso, si crede, origina la follia. La camera mortuaria, ripiena di feretri è vicina; e più in là si estende il camposanto“.
L’ex manicomio di Mombello e la follia rinchiusa dietro un cancello
Il Corriere della Sera, con l’intenzione di raccontare il manicomio più moderno d’Italia, simbolo del progresso e dell’umanità della nuova psichiatria, non ci ha lasciato una semplice cronaca, ma un documento molto più ricco: la precisione con cui erano descritti gli ambienti, le persone e le loro reazioni è la garanzia di una testimonianza memorabile.

Questo reportage non spiegava soltanto come fosse Mombello. Spiegava come la società dell’Ottocento guardava alla follia: con fiducia nel progresso, con sincera compassione, ma anche con la convinzione che la risposta migliore fosse comunque rinchiudere il problema dietro un cancello.
Le foto attuali degli edifici abbandonati dell’ex manicomio di Mombello lasciano intuire come è evoluta la psichiatria e come è cambiato il rapporto tra medicina e società; ma, soprattutto, rivelano che cosa significhi oggi curare una persona con una malattia mentale.
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