Villa Clerici a Copreno, nota anche con il nome di Villa Maria Immacolata, è una delle dimore storiche di Lentate sul Seveso. Di origini antichissime, nella prima metà del Novecento è stata scelta come residenza da una celebre cantante lirica italiana conosciuta in tutto il mondo: te ne parlo in maniera approfondita nelle prossime righe.
Tutto quello che ti serve sapere
La storia di Villa Clerici a Copreno
Frequentata in passato dal famoso direttore d’orchestra Arturo Toscanini, Villa Maria Immacolata – conosciuta anche come Villa Clerici – è uno dei gioielli di Copreno, pittoresca frazione di Lentate sul Seveso situata al confine con la provincia di Como.

Come riportato dal sito web di Copreno In Movimento (preziosa fonte di informazioni relative alla storia della frazione), la villa in origine comprendeva diversi edifici collocati tra le mura di un monastero costruito nell’Alto Medio Evo dai monaci benedettini di San Simpliciano di Milano, che avevano interessi religiosi e civili su molti terreni della Pieve di Seveso, tra cui il feudo coprenese.
In seguito il complesso venne acquisito prima dalla famiglia de Avvocatis e poi dalla famiglia Porro.
Fu il proprietario successivo, Giorgio Clerici (commerciante di sete originario di Asnago), ad apportare – nella prima metà del Seicento – i primi cambiamenti all’architettura della dimora.
Una ristrutturazione ancora più significativa – resa possibile da un ingente investimento economico – fu compiuta da uno dei figli di Giorgio, Francesco Clerici, capitano delle milizie del Regno di Spagna nel Milanese.
Fu proprio Francesco a far costruire, nel cortile su cui si affacciava la villa, l’Oratorio di San Mauro Abate, che prese il posto di un santuario dedicato al santo già esistente: l’autorizzazione religiosa fu concessa il 15 dicembre del 1668, e pochi anni dopo l’oratorio era già pronto.
Lo stesso Clerici rese possibile, a Copreno, anche la ristrutturazione della Chiesa di San Francesco Saverio, fino a quel momento denominata Chiesa di Sant’Alessandro Martire in campo (perché ubicata fuori dal centro abitato del borgo): egli fece costruire l’edificio in stile barocco, con l’atrio di ingresso, la sagrestia e il campanile. Il cambio di intitolazione – da Sant’Alessandro a San Francesco Saverio – fu motivato dalla forte devozione che il Clerici nutriva nei confronti di San Francesco Saverio, gesuita e missionario spagnolo, apostolo delle Indie e pioniere della diffusione del cristianesimo in Asia.

Anche se sposato, Francesco Clerici non ebbe figli. “La parte libera del suo patrimonio passò al nipote Paolo”, si legge sul sito web del Museo Diffuso di Lentate sul Seveso curato da Matteo Turconi Sormani. Francesco avrebbe voluto che anche la villa coprenese rimanesse agli eredi di Paolo; così non fu, e la residenza finì agli eredi di Giorgio II, fratello di Francesco.
Nell’Ottocento, molti esponenti della famiglia Clerici furono protagonisti della causa risorgimentale, prendendo parte alle Cinque Giornate di Milano e impegnandosi attivamente nei moti per l’indipendenza: anche per questo motivo una parte del loro patrimonio venne confiscata.
Ecco, quindi, che nel 1872 la villa di Copreno cambiò proprietà, venendo acquisita dal conte bergamasco Luigi Ginami de Licini; egli, fra l’altro, modificò considerevolmente l’assetto urbanistico del centro di Copreno, con l’abbattimento di diversi edifici storici e il conseguente stravolgimento dell’aspetto di alcune antiche contrade.
Sposato con l’ereditiera Cleofe Isacco, Luigi ebbe tre figli: Lorenzo, Luigia e Margherita. Lorenzo venne a mancare in giovane età, come pure Luigia, che – riporta Matteo Turconi Sormani nel libro Le grandi famiglie di Milano – dopo aver sposato il conte Sannazzaro Natta di Giarole morì di parto.
L’ultima discendente della nobile famiglia Ginami de Licini a possedere la villa di Copreno fu dunque la contessa Margherita, che il 19 novembre del 1898 si era unita in matrimonio, appena diciannovenne, con il conte lomellino Giuseppe Cattaneo di Proh, frutticoltore e consigliere di diverse società.
L’unico erede della coppia, Filiberto, morì in guerra – a soli diciannove anni – nel 1918. Così la villa venne venduta nel 1923 a un ricco impresario teatrale molto attivo alla Scala di Milano: l’avvocato Luigi Riboldi.
Costui era il marito di Maria Farneti, celebre soprano e rinomata interprete pucciniana di inizio Novecento, protagonista nei teatri di tutto il mondo.
Grazie alle loro attività professionali, Maria e Luigi ebbero l’opportunità di entrare in contatto con Arturo Toscanini: ecco perché il celebre direttore d’orchestra fu spesso ospitato nella dimora coprenese.
“I più anziani del nostro paese – riferisce Copreno In Movimento – ancora ricordano […] le sue passeggiate nel borgo o […] i suoi spostamenti che sovente avvenivano in carrozza”.

Chi era Maria Farneti
Maria Farneti era nata a Forlì l’8 dicembre del 1877.
Frequentò il liceo musicale di Pesaro, e qui ebbe modo di studiare canto con la soprano Virginia Boccabadati.
Poco più che ventenne, fu scelta dal compositore Pietro Mascagni come prima interprete del suo poema musicale A Giacomo Leopardi, messo in scena nel giugno del 1898 al Teatro Persiani di Recanati in occasione del centenario della nascita del poeta marchigiano.
Negli anni successivi fu protagonista di due opere di Puccini (La bohème e Manon Lescaut), affiancò Enrico Caruso nella Iris di Mascagni e divenne una delle interpreti più apprezzate della Madama Butterfly.
“Era una voce vellutata e metallica insieme – si legge in un articolo della Stampa del 20 ottobre del 1955 – cui il temperamento e la ricerca artistica conferivano avventi gagliardi, decisi, con sfumature lievi di tenerezza, rare di malinconia”.
Per un paio di decenni Maria Farneti fu considerata il talento “più valente e apprezzato nel ristretto campo delle più grandi celebrità” (come scriveva Stampa Sera nell’edizione del 19 ottobre del 1955), “preferita da Mascagni e da altri illustri compositori e direttori che facevano a gara per accaparrarsela per le loro stagioni sui principali teatri d’Europa, delle Americhe e dell’Australia. Più volte fu, infatti, numero di centro sulle ribalte del Metropolitan, del Costanzi, del Colon, del Covent Garden di Londra”.
Negli anni Dieci, in effetti, la soprano romagnola ebbe modo di esibirsi nei teatri di Buenos Aires, Santa Fe, Còrdoba e San Paolo. Scelse, però, di non tornare più in Sudamerica dopo una contestazione patita, il 22 agosto del 1913, al Teatro Solis di Montevideo, con il lancio di volantini offensivi da parte del pubblico.
Poco dopo, a Milano la cantante conobbe Luigi Riboldi, socio del Casino di Venezia.
I due iniziarono a frequentarsi, ma Luigi chiese a Maria di scegliere tra la carriera e il matrimonio. Lei preferì l’amore: a soli 40 anni lasciò le scene dopo un’ ultima esibizione al Dal Verme di Milano nella Rondine di Puccini.
Il matrimonio tra Maria Farneti e Luigi Riboldi venne celebrato a Paderno Dugnano il 20 gennaio del 1918; dopo le nozze, la coppia si trasferì in una villa a Brunate, sul lago di Como.
Seppur ritiratasi dalle scene, Maria rimase nel mondo del teatro proprio grazie al marito, cultore d’arte e per molti anni apprezzato consigliere delegato della società teatrale Suvini Zerboni; nel 1931 ritornò anche in sala d’incisione per un nuovo disco.
Dal 1935, Maria Farneti e Luigi Riboldi vissero nella residenza di Copreno.

Qui ospitarono celebrità come la cantante americana Josephine Baker, l’attrice di teatro Dina Galli e la soubrette Wanda Osiris (protagonista del teatro di rivista, fu la prima Diva dello spettacolo italiano).
Come detto, frequentò la villa anche Arturo Toscanini, che aveva una stanza riservata; d’altro canto, il direttore d’orchestra parmense ricambiava la cortesia invitando i Riboldi a Palazzo Borromeo, la sua residenza sull’Isolino di San Giovanni (una delle Isole Borromee sul Lago Maggiore).
Ammalatasi di arteriosclerosi, Maria Farneti lasciò Copreno e andò a vivere – ospite di nipoti – a San Varano, frazione di Forlì, dove morì nell’ottobre del 1955; pochi mesi prima, a febbraio, era mancato anche il suo amato Luigi.
Copreno: Villa Clerici e l’Oratorio di San Mauro Abate oggi
Dal 1960, il complesso di Villa Clerici – nel frattempo ribattezzato Villa Maria Immacolata – appartiene alle Suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea; dopo essere stato ristrutturato, è stato convertito in casa di riposo per le consorelle.
L’Oratorio di San Mauro Abate è, ancora oggi, il fulcro della festa dedicata al santo, che si celebra tutti gli anni il 15 gennaio. Per l’occasione, il santuario viene aperto al pubblico, e riceve la visita di numerosi fedeli, che giungono anche dai paesi vicini per la benedizione e l’omaggio alla reliquia.

Una peculiarità del culto del santo è rappresentata, infatti, dalla benedizione degli infermi con la reliquia: una tradizione denominata “segno di San Mauro”.
Chi era San Mauro Abate
Nato a Roma nel 512, Mauro fu – con San Placido – il principale discepolo di San Benedetto da Norcia.
Quando questi abbandonò Subiaco per andare a Montecassino, Mauro prese il suo posto come abate.
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Jacopo da Varazze, nella sua Legenda Aurea, racconta che un giornò Mauro riuscì a salvare il monaco Placido, che era caduto in un lago nei pressi del monastero, camminando sulle acque dopo aver avuto una visione di Benedetto che lo invitava ad andare ad aiutare il compagno.
A Glanfeuil, in Francia, Mauro fondò un monastero in cui introdusse la Regola benedettina (quando, oltre mille anni più tardi, in Francia vide la luce presso l’abbazia parigina di Saint-Germain-des-Prés una congregazione religiosa dell’Ordine di San Benedetto, le fu dato proprio il nome di Congregazione di San Mauro: i suoi appartenenti vennero chiamati mauristi o maurini).

Dopo aver governato per parecchi anni il convento che aveva fondato in Francia, Mauro si ritirò in clausura nel 582; morì due anni più tardi, il 15 gennaio del 584.
San Mauro Abate e Copreno
Le origini della venerazione di San Mauro a Copreno sono molto antiche, anche se non identificabili con precisione. È stato ipotizzato che in paese ci fosse una piccola cappella intitolata proprio al santo, forse fatta costruire dai monaci benedettini.
Secondo una leggenda, in passato la statua del santo che oggi si può vedere sulla facciata dell’Oratorio di San Mauro Abate non era destinata a Copreno, ma a una località vicina.

Un giorno il simulacro venne collocato su un carro trainato da buoi per essere trasportato nel paese di destinazione.
Tuttavia, quando gli animali giunsero nei pressi di Copreno deviarono dalla strada maestra, nonostante le urla del conducente del carro.
Vani furono i tentativi dell’uomo di riportare i buoi sul percorso giusto: le bestie, arrivate a Copreno, si fermarono e non si spostarono più.
Inizialmente stupiti, i coprenesi interpretarono l’ostinazione degli animali come un segno divino: decisero, pertanto, di tenere con sé la statua del santo, conservandola nel tempo con cura e dedizione.
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