Home » Provincia di Monza » Giussano » Birone di Giussano: 5 curiosità sulla sua storia
Birone di Giussano, la chiesa

Birone di Giussano: 5 curiosità sulla sua storia

In questo articolo ti racconto aneddoti, notizie e retroscena sulla storia della frazione di Birone a Giussano: la toponomastica fascista cancellata nel dopoguerra, il divieto di celebrare messe, l’aggregazione al Comune di Seregno, le proteste della popolazione per la costruzione della chiesa parrocchiale e tante altre curiosità. Per scoprire tutto, ti basta proseguire la lettura.

Birone di Giussano

La Chiesa di Santo Stefano di Giussano, che vedi nella foto in apertura di questo articolo, si affaccia su via Giacomo Leopardi. Questa strada ha sempre rappresentato – insieme con la piazza oggi intitolata a Giosuè Carducci – il fulcro della frazione di Birone.

Per identificare i due luoghi più importanti di Birone, dunque, sono stati scelti i nomi di due poeti.

Questa decisione fu presa subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, con le deliberazioni del Consiglio Comunale di Giussano (il sindaco era Giovanni Viganò) del 12 luglio del 1946 e del 28 febbraio del 1947, che così cancellarono la toponomastica fascista che negli anni precedenti aveva caratterizzato la frazione.

La toponomastica fascista a Birone di Giussano

Via Leopardi, infatti, fino a quel momento era stata dedicata a Cesare Melloni, uno squadrista fascista milanese morto nell’estate del 1922 all’età di venticinque anni.

Melloni aveva fatto parte della Squadra Sciesa, una delle squadre d’azione che, agendo come organizzazioni paramilitari armate, nei primi anni del fascismo intimidivano e reprimevano con la violenza i comunisti, gli esponenti del movimento operaio e in generale gli avversari politici.

Il 4 agosto del 1922 i membri della squadra Sciesa, insieme con quelli della Baracca, della Sauro e di altre squadre di azione lombarde, si erano recati in via San Gregorio a Milano, dove c’era la sede del quotidiano Avanti!, organo ufficiale del Partito Socialista Italiano.

Gli squadristi avevano tentato di fare irruzione, ma molti di loro si erano ustionati contro i fili elettrici che i socialisti avevano posizionato per difendersi.

Negli scontri erano stati esplosi dei colpi di arma da fuoco, che avevano causato la morte di due appartenenti alla Sciesa: il ventiduenne milanese Emilio Tonoli e, appunto, Cesare Melloni.

[Hai già iniziato a seguire la pagina Facebook di Viaggiare in Brianza? Ogni giorno ti propone suggerimenti per le tue gite, curiosità storiche e aneddoti su luoghi che vale la pena di scoprire: non lasciarti scappare questa occasione!]

La piazza di Birone, invece, prima di essere intitolata a Giosuè Carducci portava il nome di Nicola Bonservizi, giornalista morto nel 1924 a Parigi in seguito a un attentato compiuto da un anarchico italiano.

Bonservizi era stato un collaboratore della rivista Utopia, che era stata fondata da Benito Mussolini con l’intento di diffondere opinioni che non seguivano la linea ufficiale del Partito Socialista Italiano.

In Francia, egli era stato corrispondente del quotidiano mussoliniano Il Popolo d’Italia, aveva promosso il primo Fascio di Parigi e aveva fondato la rivista L’Italie Nouvelle, che rappresentava l’organo ufficiale dei fascisti italiani che vivevano Oltralpe.

Il 20 febbraio del 1924 Bonservizi era stato ferito a colpi di rivoltella da un anarchico bresciano, Ernesto Bonomini; era morto poco più di un mese più tardi, venendo seppellito nella Cappella degli Eroi al Cimitero Monumentale del Verano.

L’Oratorio di San Macario e San Defendente

Proprio nella piazza di Birone oggi dedicata a Giosuè Carducci sorgeva, fino a metà del secolo scorso, l’Oratorio di San Macario e San Defendente.

Questa chiesetta fu costruita probabilmente all’inizio del Cinquecento: le prime notizie che la riguardano provengono dai resoconti delle visite pastorali effettuate proprio in quel periodo.

L’antico oratorio si affacciava sulla strada che univa Paina con Giussano, che – costeggiando la Cascina Birone e la Cascina Bistorta – corrispondeva all’attuale via Gozzano.

Dalla visita pastorale compiuta nel 1566 da Filippo Sormani, prevosto di Asso e delegato dell’arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, sappiamo che in quegli anni l’oratorio “tanto era in disordine” che si ordinò di ripararlo o di demolirlo.

La chiesetta – che veniva lasciata aperta giorno e notte – era priva di pavimento, con le pareti scrostate e il tetto sconnesso, dotata di un solo altare disadorno. Per questo, si proibì la celebrazione delle messe fino a che l’edificio non fosse stato sistemato.

Nel 1578 giunse in visita pastorale a Birone direttamente l’arcivescovo Borromeo, che continuò a vietare la celebrazione delle messe in quell’oratorio campestre e chiese di pavimentarlo, soffittarlo e dotarlo di una campana e di un altare più decente.

Ma nulla cambiò, e negli anni successivi la chiesetta continuò a versare in pessime condizioni. Nel 1606 Federico Borromeo, in occasione della sua visita pastorale, ingiunse al sacerdote don Pietro Giussani di restaurare l’effigie della Beata Vergine dipinta sulla parete, di rimuovere le piante di noce addossate all’edificio e di coprire il pozzo situato alle sue spalle. Le richieste di Borromeo furono finalmente soddisfatte.

Birone di Giussano tra il XVII e il XIX secolo

A metà del XVII secolo, tutte le terre di Birone furono acquistate da Giovanni Battista Giussani, un personaggio di rilievo per il Seicento lombardo che tra il 1644 e il 1665 fu protofisico generale di Milano: in pratica, era l’ufficiale sanitario a cui era affidata la salute pubblica della città.

Alla fine del secolo, Birone entrò a far parte dei possedimenti di Flaminio Crivelli: all’epoca, la famiglia Crivelli era feudataria di gran parte della Brianza, e possedeva terreni (da Inverigo a Varedo, da Canzo ad Agliate, da Lambrugo a Giussano) in un’area di ben 100 chilometri quadrati.

Nel 1688 giunse in visita pastorale a Birone il cardinale Federico Visconti, che riscontrò un miglioramento delle condizioni dell’Oratorio di San Macario e San Defendente. Un padre francescano proveniente dal convento di Mariano vi celebrava la messa una volta a settimana, grazie alle offerte raccolte presso la popolazione.

Ai tempi in cui fu redatto il Catasto Teresiano – nella prima metà del Settecento – Birone confinava a ovest con Mariano, a sud con Paina, a nord-est con San Giovanni in Baraggia e a nord con Giussano; esisteva già l’attuale via Matella, che collegava i territori della Pieve di Agliate con quelli della Pieve di Cantù-Mariano.

Nella seconda metà dell’Ottocento, il territorio di Birone comprendeva Cascina Gibina, Cascina Birone, Cascina Dosso di Sopra, Cascina Dosso di Sotto, Cascina Bistorta e Cascina Matella.

In quegli anni Birone faceva parte del Comune di Paina, che nel 1866 – su delibera del Consiglio provinciale – venne unito a quello di Seregno. Sindaco di Paina era il marchese Ludovico Trotti Bentivoglio, che in seguito a quell’aggregazione indesiderata cercò in tutti i modi di riottenere l’indipendenza del paese. Non riuscendoci, chiese al Ministero dell’Interno che Paina potesse almeno passare a Giussano e lasciare così il Comune di Seregno, che era pieno di debiti. Seregno non si oppose: quindi Paina – e con essa Birone – divenne parte del Comune di Giussano.

Lo stesso marchese Trotti Bentivoglio, nel 1872, mise a disposizione un terreno di sua proprietà per far costruire una sagrestia attigua all’Oratorio di San Macario e San Defendente.

La nuova chiesa

La chiesetta, all’inizio del Novecento, fu ristrutturata su progetto dell’architetto Giovanni Sartirana. Curiosamente, nel resoconto della visita dell’arcivescovo di Milano Andrea Carlo Ferrari l’edificio non era più denominato Oratorio di San Macario e San Defendente ma Oratorio di San Sebastiano.

In quel periodo la chiesa di Birone ospitava solo la messa domenicale; negli altri giorni della settimana i fedeli che volevano assistere alle celebrazioni dovevano andare nelle parrocchie vicine.

In estate, la messa era celebrata all’aperto, in piazzetta; chi abitava nei dintorni si portava direttamente la sedia da casa.

La stessa piazza, nel giorno della ricorrenza di San Sebastiano – il 20 gennaio -, ospitava una bancarella con dolciumi e la benedizione del bestiame.

All’epoca la piazza della chiesetta accoglieva un lavatoio e una cisterna, meta dei contadini che venivano a prelevare l’acqua necessaria per abbeverare gli animali.

Da un lato della piazza c’era la cooperativa alimentare (nell’edificio che oggi ospita la farmacia di Birone); dal lato opposto, una stradina separava la piazza dal Bruet, un campo adibito a orti.

Intanto, però, a Birone si faceva sempre più vivo il desiderio di costruire una nuova chiesa, più grande e accogliente rispetto a quella esistente.

A questo scopo nel 1922 fu acquistato un lotto di terreno vicino all’allora via Provinciale (l’attuale via Catalani), ma ben presto ci si rese conto che realizzare la chiesa lì non sarebbe stata una buona idea: sia per il posto in cui il terreno si trovava, sia per le sue dimensioni ridotte.

Quattro anni più tardi, i bironesi ci riprovarono, comprando un altro appezzamento, più grande rispetto al precedente.

Iniziarono, così, le pratiche per l’erezione della nuova chiesa, ma all’orizzonte si profilò un nuovo ostacolo.

La possibilità che anche a Giussano si costruisse una nuova parrocchiale, infatti, fece temere ai bironesi che i lavori per la realizzazione della loro chiesa si sarebbero bloccati.

Per mettere a tacere dubbi e preoccupazioni, la parrocchia decise che in occasione della posa della prima pietra della nuova chiesa di Giussano sarebbe stata posata anche la prima pietra della nuova chiesa di Birone.

Così avvenne, il giorno di Ferragosto del 1927, in presenza dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Eugenio Tosi.

Ma i timori dei bironesi non erano infondati: i lavori andavano molto a rilento.

Ed ecco che scattò la protesta: quando nel 1932 il cardinal Ildefonso Schuster, che nel frattempo era diventato arcivescovo di Milano, giunse in città per benedire la nuova chiesa di Giussano, che era già stata completata, “la popolazione bironese bloccò il corteo cardinalizio nei pressi della zona in cui sarebbe sorta la nuova chiesa e manifestò la propria preoccupazione” (cito dal libro Birone in cammino. Luoghi e persone di ieri e di oggi).

La Basilica dei Santi Filippo e Giacomo, chiesa parrocchiale di Giussano
La Basilica dei Santi Filippo e Giacomo: la chiesa parrocchiale di Giussano costruita prima di quella di Birone

Tutto qui? Macché. “I prelati al seguito, impauriti dalla piccola sommossa, inviarono una lettera di biasimo” al parroco di Giussano. Questi, per rasserenare gli animi, promise ai bironesi che la loro chiesa avrebbe potuto contare su candelieri, confessionali e paramenti provenienti dalla vecchia parrocchiale di Giussano.

A Birone, tuttavia, i lavori di scavo iniziarono solo nel 1934, a sette anni di distanza dalla simbolica posa della prima pietra; fortunatamente, dal cardinale Schuster giunse un consistente contributo finanziario.

In località Salobia si aprì una cava per l’estrazione della sabbia, e la maggior parte dei bironesi si attivò per partecipare ai lavori: chi estraeva la sabbia, chi la trasportava, chi andava alle fornaci a prendere i mattoni.

Finalmente, il 20 ottobre del 1935, la nuova Chiesa di Santo Stefano – progettata dall’architetto seregnese Ottavio Cabiati – fu consacrata.

Birone di Giussano, la chiesa
La Chiesa di Santo Stefano a Birone di Giussano

Nel 1941 il cardinale Ildefonso Schuster istituì la parrocchia di Birone intitolata a Santo Stefano Protomartire; don Teobaldo Caspani provvide a definirne il territorio con l’annessione delle località denominate Dosso, S. Corti, Gibbina, Matella e Colzani.

La parrocchia fu riconosciuta civilmente nel 1948. Non è noto il motivo per cui trascorsero ben sette anni fra il riconoscimento religioso e quello civile della parrocchia: probabilmente don Teobaldo Caspani non si era posto il problema, e quando il suo posto fu preso da don Romolo Mariani fu quest’ultimo a interessarsi alla questione.

Nel 1954, l’amministrazione comunale acquistò dalla neonata parrocchia l’area di piazza Carducci, compreso l’Oratorio di San Macario e San Defendente, per realizzare una piazza pubblica: da anni la popolazione reclamava insistentemente – così venne scritto nella delibera della Giunta Municipale – “l’abbattimento della vecchia chiesuola, da tempo chiusa al culto, allo scopo di sistemare l’antistante piazza e migliorare la viabilità di quella zona”.

La compravendita, però, fu alquanto problematica: come ebbe modo di riferire sul Liber Chronicus il parroco dell’epoca, don Romolo Mariani, fu “una questione costata fatiche, incomprensione e anche dispiaceri piuttosto gravi”.

Infatti, dopo che la parrocchia aveva messo il terreno e la chiesetta all’asta, “il Consiglio della vicina Cooperativa avanzava dei diritti di precedenza”, mentre “i soci di detta Cooperativa crearono un ambiente poco tranquillo”, visto che “formarono l’opinione pubblica di fare pubblica piazza e allo scopo di passare il locale al Comune il quale approfittando dell’occasione offriva una cifra minima”.

Secondo il parroco, “la Cooperativa prendeva una posizione di ricatto: dato che non la poteva acquistare per mancanza di mezzi – stato economico quasi fallimentare – non voleva che finisse nelle mani di un altro”.

Comunque alla fine, e non senza fatica, si giunse a un accordo: il Comune mise a disposizione 500mila lire, a cui si aggiunsero 187mila lire offerte dalla cittadinanza.

La cessione si concretizzò nel 1955, per un prezzo di 700mila lire.

L’anno successivo, l’oratorio poté essere abbattuto: prima, ovviamente, furono asportati i dipinti di San Sebastiano e di San Rocco e l’affresco della Madonna del Latte che si possono ammirare, oggi, nella Chiesa di Santo Stefano.

La torcitura Verga

Nel 1975, un altro pezzo di storia locale sparì per sempre, quando il sindaco Erminio Barzaghi acquistò l’immobile della torcitura Verga per abbatterlo e creare al suo posto un parco pubblico.

La torcitura Verga era stata “una delle prime fabbriche nate sul territorio bironese” (come ricordato dal prezioso libro Birone in cammino. Luoghi e persone di ieri e di oggi).

Nella fabbrica di torcitura (chiamata in dialetto canatori, da “incannatoio”, cioè la macchina con cui si avvolgeva il filato su bobine per l’orditura) si preparavano i diversi filati destinati alla tessitura.

A Birone, così come nel resto della Brianza, la maggior parte della forza lavoro era composta da donne: molte di queste erano adolescenti, o perfino più giovani.

Proprietaria della torcitura bironese era la famiglia Verga, che per quasi tutto l’anno viveva a Milano per poi trasferirsi in estate a Birone: possedeva un’abitazione proprio accanto alla fabbrica, circondata da un grande giardino con molti alberi da frutta e una voliera con numerosi uccelli.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, i Verga spostarono la torcitura da Birone ad Alserio, dove possedevano un’altra fabbrica tessile che sfruttava la disponibilità di acqua per garantire il funzionamento dei macchinari.

Il fabbricato di Birone, rimasto temporaneamente vuoto, durante la guerra accolse un’altra ditta, la Gianati, che si occupava della produzione di calze di nylon.

Pochi anni più tardi subentrò nell’immobile un’azienda che produceva materiali elettrici, la Conel, che però nel 1956 traslocò in un altro stabilimento.

L’ex fabbrica Verga, dunque, restò vuota e abbandonata per quasi 20 anni. Poi venne, appunto, comprata dall’amministrazione comunale.

Sostieni Viaggiare in Brianza!





Ci sono tanti modi per supportare il mio lavoro: uno dei più semplici è seguire le pagine di Viaggiare in Brianza su Facebook, Instagram e X.

Per critiche, commenti, segnalazioni, consigli, idee o proposte di collaborazione, clicca qui sotto e scrivimi: ti risponderò non appena mi sarà possibile.

Ti è piaciuto questo post? Fallo conoscere ai tuoi amici!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *