La località di Realdino a Carate Brianza fino a pochi decenni fa era una vera e propria meta turistica, apprezzata da moltissimi milanesi (e non solo). Te ne parlo in maniera approfondita in questo post, che ti racconta anche la storia dei diversi ponti che in passato hanno unito Realdino con il resto del paese.
Tutto quello che ti serve sapere
Quando Carate Brianza era una meta turistica
Fino a non molti decenni fa, Carate Brianza era una meta turistica molto apprezzata dai milanesi, che sceglievano il paese come destinazione privilegiata per gite e scampagnate.
Una delle tappe obbligate era Agliate, dove ci si poteva concedere un picnic sul prato: meglio se vicino alla riva del Lambro, così da poter sfruttare l’acqua del fiume per mettere in fresco bottiglie e fiaschi.
Ad Agliate si pranzava, solitamente, nella trattoria del “Coghetto”, ex cuoco della Villa Beldosso che si era messo in proprio aprendo un locale: la sua specialità era il risotto giallo con ossobuco e sugo di brasato.
Pare, però, che il “Coghetto” fosse diventato “il cruccio del buon prevosto d’Agliate perché – come riferito dallo storico locale Germano Nobili nel libro Per le antiche contrade – nella sua trattoria assieme al buon profumo di risotto, era pure quello di deliziose facili donnine nostrane”.
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I turisti giungevano a Carate grazie al tram che collegava il paese con Milano.
Le scampagnate generalmente iniziavano con l’arrivo della primavera e trovavano il proprio climax il giorno della domenica dell’Ascensione, alla fine di maggio, quando – complice il clima gradevole – sin dal primo mattino giungevano in paese coppie, famiglie e gruppi di amici in cerca di un posto tranquillo per una merenda sull’erba o una camminata nei boschi.
Le grotte di Realdino a Carate Brianza
Quando il caldo iniziava a farsi sentire, poi, non c’era scelta migliore della frescura offerta dalle grotte di Realdino, con l’acqua che filtrava fresca e trasparente dalla collina sovrastante e finiva nelle pozze delle cavità naturali popolate di pesci rossi.

Proprio al ristorante di Realdino si potevano assaggiare croccanti pesciolini di fiume, appena pescati dal Lambro e subito fritti in padella, magari alternati a qualche fetta di salame brianzolo.
Il detto “A Rialdin se vegn par l’aqua, ma se bev’ul vin”, che si tramanda ancora oggi, sottolinea lo spirito di gioia e condivisione che animava quelle giornate.
Parecchie famiglie milanesi avevano scoperto questi posti negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando erano sfollate qui dopo essere state costrette a lasciare le proprie abitazioni, devastate dai bombardamenti: avevano avuto modo, così, di conoscere e apprezzare i verdeggianti boschi caratesi e le limpide acque del Lambro.

L’antico ponte di Realdino
Erede e testimone di quei tempi perduti è, ancora oggi, l’antico ponte di Realdino, che attualmente collega via alle Grotte con via Volta: un manufatto risalente al 1840, e che quindi tra pochi anni potrà festeggiare i due secoli di vita.

Vale la pena di ripercorrere la storia della sua costruzione, anche per scoprire che altri ponti di Realdino… non erano stati così longevi.
A inizio Ottocento, il Lambro in questo punto era scavalcato da un ponte in legno che univa la sponda di Realdino, che ai tempi apparteneva al comune di Costa, con la sponda di Carate, dove una strada carraia consentiva di andare verso Monza (da una parte) o verso Agliate e l’alta Brianza (dalla parte opposta).
Tale collegamento permetteva di raggiungere i mulini e l’osteria delle grotte di Realdino, e – soprattutto – era indispensabile per i molinari della zona che, a bordo dei propri carri, dovevano portare la farina nei paesi vicini. Il ponte era, per loro, un punto di passaggio obbligato, poiché la sola strada alternativa a disposizione, quella che portava a Costa lungo la scarpata, era troppo scoscesa e ripida per consentire il passaggio dei carri su cui si trasportavano la farina e il grano.
Questo ponte in legno esisteva da tempo immemore, ma proprio per la sua vetustà richiedeva una manutenzione costante e costosa.
Per questo motivo, nel 1814 le amministrazioni di Carate e Costa – di comune accordo – presero la decisione di erigere un altro ponte.
Il nuovo manufatto sarebbe stato realizzato in cotto e avrebbe avuto due arcate, con una pila in mezzo. Tuttavia, “l’appalto per tale costruzione – si legge in un documento del 1816 – fu deliberato all’Asta a persona ignara di simili lavori, cioè ad un certo Bindina falegname di Carate”. Il Bindina fece “eseguire per proprio conto l’edificio senza prevalersi di persona dell’arte”; così, non passò molto tempo dal collaudo che il ponte, in seguito a una piena del Lambro, crollò. Era il 1815.
Un anno più tardi, l’ingegnere in capo Gianella, impiegato per la Direzione delle Pubbliche Costruzioni, studiò tre progetti di ricostruzione del ponte, che comunque sarebbe stato realizzato in legno.
Per questi progetti Gianella dovette tenere conto del fatto che, in occasione della piena che aveva travolto e rovesciato il ponte del Bindina, nel Lambro erano caduti massi e materiali che avevano generato gorghi molto profondi, sconvolgendo il letto del fiume: gorghi così importanti che non sarebbero stati in grado di reggere il peso di un nuovo pilone centrale neppure nel caso in cui fossero stati riempiti.
Una volta scelto il progetto fra i tre proposti da Gianella, i lavori furono appaltati al monzese Giuseppe Viganò, con la garanzia solidaria e ipotecaria di un suo compaesano, Ambrogio Cernuschi: il compenso pattuito era di 5.075 lire, a cui si sarebbero aggiunte 110 lire all’anno per la manutenzione del manufatto.
Ma qualcosa non andò per il verso giusto, e già dopo pochi anni il ponte appena costruito si trovava in condizioni critiche: lo testimonia un’ingiunzione del 1° ottobre del 1824 dell’Imperiale Regio Commissario Distrettuale, che ordinava al Viganò e al Cernuschi di “provvedere entro otto giorni al più tardi alla sicurezza del Ponte di Rialdino”, che rischiava di crollare.
I due monzesi, tuttavia, non ottemperarono all’ingiunzione. Per evitare conseguenze nefaste, le amministrazioni di Carate e Costa decisero di far riparare il manufatto a un falegname di Verano, Francesco Ballabio, addebitando i costi a Viganò e Cernuschi.
Ma questi non risarcirono mai le spese che erano state sostenute per la sistemazione del ponte; addirittura, dopo la loro morte toccò ai rispettivi eredi gestire il procedimento che le amministrazioni comunali avevano intentato per rientrare dei costi.
Nel frattempo, per fortuna, i molinari avevano ricominciato a poter attraversare di nuovo il Lambro a bordo dei propri carri; e intanto il ponte accoglieva anche i monzesi e i milanesi che giungevano qui in carrozza per godere del fresco delle grotte di Realdino o per pranzare nell’osteria gestita dai fratelli Santambrogio.

Nel 1837, però, una nuova piena del fiume fece rivivere gli incubi del passato, e mise in evidenza il problema della sicurezza del ponte. Urgeva una soluzione definitiva.
I comuni di Carate e Costa si impegnarono a realizzare un nuovo ponte che desse più garanzie di stabilità e resistenza: si affidarono dunque a uno specialista in materia, l’ingegner Carlo Cereda, il quale eseguì studi meticolosi in loco prima di presentare, nel 1839, due diversi progetti.
Il primo prevedeva di costruire un nuovo ponte in legno; il secondo, invece, puntava su un ponte in cotto e ceppo, con il materiale necessario che sarebbe stato preso dalla ceppiera Bellani.
Venne scelta l’opzione del ponte in cotto e ceppo: sarebbe costata di più, ma avrebbe consentito – in vista della posa del pilone centrale – di sistemare il letto del fiume e dire addio una volta per tutte ai profondi e pericolosi gorghi che erano stati causati dalla piena del 1815.
Così, il 13 marzo del 1840 l’opera fu appaltata a un’impresa di Binago, guidata da Carlo Misto.
I lavori poterono partire subito, anche grazie alla magra del fiume; per sistemare il fondo del fiume compromesso dalle piene, si deviò il corso d’acqua a valle dei mulini con una chiusa, e si scavò un canale di scolmo affinché potessero essere gettate in profondità le fondamenta del pilone centrale.
Tale soluzione, tuttavia, fu fonte di lamentele: i molinari, infatti, protestarono perché durante l’esecuzione dei lavori non si provvide a installare una passerella provvisoria che consentisse di attraversare il fiume con i carri.
Per superare il Lambro, dunque, i mugnai di Realdino per diverse settimane furono obbligati ad affrontare un percorso molto più lungo e pericoloso, raggiungendo Riverio per dirigersi a Rancate e quindi al ponte di Albiate, per di più lungo strade disagevoli e per niente sicure.
I lavori procedettero rapidamente, ma… nell’autunno del 1840 un altro imprevisto rischiò di provocare uno stop: una piena del Lambro sopraggiunse tanto improvvisa da non dare il tempo di rimuovere le armature, così che un fianco del manufatto finì per essere travolto dal gorgo formato dall’acqua che non poteva trovare spazio fra le due arcate.
Eseguite le modifiche e le riparazioni necessarie, il ponte fu rimesso in sesto, più resistente di prima; e in effetti una nuova piena, verificatasi nel febbraio del 1841, non generò conseguenze.

Il progetto del Cereda era evidentemente valido, se ancora adesso quel piccolo ponte di Realdino resiste e fa bella mostra di sé.

Come scritto da Germano Nobili, “il Lambro ormai domato, come certi vivaci cavalli bradi quando si riesce a mettere loro morso e sella, non riuscì più a travolgere il piccolo ponte che a vederlo oggi tutti i suoi anni li dimostra, ma indubbiamente li porta bene”.

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Per conoscere altri aneddoti sulla storia di Carate Brianza, puoi consultare il libro di Germano Nobili Per le antiche contrade.
