La cappella della Madonna dei Vignoli a Carate Brianza sorge lungo la strada che, tempo fa, era conosciuta come via del Pozzone, perché univa il centro del paese con la Cascina del Pozzone, situata tra i campi al confine con Seregno e Albiate. Ti piacerebbe conoscere la storia di questa cappella? Leggi le prossime righe!
Tutto quello che ti serve sapere
L’effigie della Madonna Addolorata
La cappella della Madonna dei Vignoli di Carate Brianza si trova in via Nazario Sauro, sulla strada che un tempo era chiamata via del Pozzone perché permetteva di raggiungere dal centro del borgo la Cascina del Pozzone.

All’inizio del Novecento, in questo punto venne eretto l’oratorio maschile di Carate, e sul muro di cinta del complesso fu dipinta un’immagine della Madonna dell’Addolorata, protetta da una rete in metallo e da un vetro che la tenevano al riparo dalle precipitazioni e dai vandalismi.
Nel giro di breve tempo, questo dipinto divenne un luogo di devozione presso cui si radunavano gli abitanti della contrada dei Vignoli, che ben presto presero l’abitudine di collocare, su una piccola mensola posta sotto l’effigie, dei lumini accesi per chiedere protezione e grazia.
La Madonna dell’Addolorata, chiamata anche Madonna dei Vignoli, era una tappa obbligata per la processione che si teneva nei mesi primaverili, in occasione delle funzioni delle litanie per la benedizione dei campi.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fu realizzata una piccola cappella in stile rustico alpestre all’interno della quale fu collocata una statua in legno dell’Addolorata, appartenente alla parrocchia e concessa da monsignor Luigi Crippa.
Questa statua risaliva con tutta probabilità al XVIII secolo: lo riferisce lo storico locale Germano Nobili, che nel suo libro Per le antiche contrade fa riferimento a un inventario del 1722, presente nell’archivio parrocchiale, relativo a suppellettili e oggetti di culto provenienti dalla Chiesa della Madonna di San Bernardo, in cui si citavano due statue in legno che raffiguravano “la B.ma Vergine dei 7 Dolori e S. Antonio”.
Queste due statue erano indicate anche in altri due inventari, rispettivamente del 1771 e del 1785, ma poi non sono menzionate in nessun altro documento: nemmeno negli elenchi dei beni della parrocchia che furono venduti all’asta a fine Settecento per finanziare la costruzione della nuova Chiesa dei Santi Ambrogio e Simpliciano.
Ecco perché, secondo Germano Nobili, “è presumibile che la statua sia rimasta per particolari motivi di devozione tra i beni conservati dalla parrocchia” e poi, a metà del secolo scorso, sia stata esposta ai Vignoli.
[Vuoi sostenere il progetto che è alla base di questo sito? Puoi farlo in un modo semplice e gratuito: diventando follower della pagina Facebook di Viaggiare in Brianza!]
La Madonna dei Vignoli era festeggiata la terza domenica di settembre: per l’occasione, i fedeli giungevano da tutta Carate per assistere alle sacre funzioni e divertirsi con i giochi che accompagnavano l’evento.
La Madonna dei Vignoli a Carate Brianza: la statua in legno, la scultura in cotto, il dipinto odierno
Con il trascorrere del tempo, purtroppo, la statua dell’Addolorata andò incontro a un progressivo degrado, inevitabile a causa della costante esposizione all’aria aperta.
Scolorito e fessurato, il manufatto in legno fu sostituito da don Sandro Bianchi con un’opera in cotto: un gruppo scultoreo che rappresentava la Pietà, realizzato da Gino Casanova, scultore della Scuola di arte cristiana Beato Angelico.
La nuova scultura, che raffigurava la Madonna Addolorata intenta a sostenere tra le braccia Gesù deposto dalla croce, fu benedetta con una cerimonia solenne il 1° maggio del 1978.
L’antica statua in legno, invece, fu sottoposta a un trattamento conservativo per poi essere collocata nella sacrestia della chiesa parrocchiale.
Tra il 2001 e il 2002, la cappella fu rinnovata con il dipinto della Madonna Addolorata che si può osservare ancora oggi, opera dell’artista caratese Angelo Fumagalli.


La Madonna dei Vignoli a Carate Brianza e l’antico cimitero
La cappella della Madonna dei Vignoli sorge nel punto in cui, in passato, c’era l’ingresso del vecchio cimitero di Carate, costruito nel 1790.

Così come nel resto della Brianza, anche a Carate fino al XVIII secolo era consuetudine sotterrare i morti attorno alla chiesa. Solo le salme dei nobili venivano tumulate nelle cappelle avite delle loro dimore, mentre i ricchi possidenti erano sepolti nelle tombe di famiglia collocate in chiesa.
Tutto cambiò, però, alla fine del Settecento. Come riportato da Germano Nobili nel volume Per le antiche contrade, fra “le norme igieniche emanate nel 1775 vi fu la proibizione di seppellire i morti sia nelle chiese che intorno ad esse”: i cadaveri, dunque, avrebbero dovuto essere interrati in campi appositi ubicati a debita distanza dai centri abitati.
Questa novità fu accolta con un certo malumore sia dai possidenti benestanti che dal popolo: per la gente dell’epoca, essere inumati vicino alla chiesa, o addirittura al suo interno, rappresentava un titolo preferenziale per l’ingresso nel regno dei cieli del giorno del giudizio.
Tuttavia, l’ancestrale culto dei morti nulla poté contro la decisione politica di allontanare i cimiteri dalle abitazioni.
A Carate per diversi anni vi furono schermaglie tra la Regia Imperiale Intendenza e i Deputati all’Estimo (coloro che, nella Lombardia austriaca, formavano la deputazione, cioè l’organo di governo municipale: una specie di Giunta Comunale).
Fino al 1786, infatti, non si riuscì a trovare un posto in cui realizzare il nuovo cimitero: non solo per lo scontento della popolazione di cui ti ho parlato, ma anche perché nessun privato si dimostrò disponibile a cedere una parte dei propri fondi coltivati.
Viste le difficoltà incontrate, fu indispensabile cercare un terreno pubblico.
La prima ipotesi che venne presa in considerazione fu quella di abbattere l’Oratorio della Madonna di San Bernardo e realizzare il cimitero in quel punto. La chiesa, d’altro canto, non apparteneva alla parrocchia ma alla comunità del borgo di Carate, poiché era stata realizzata con le oblazioni della popolazione, come dimostrava la sola testimonianza esistente relativa alla sua costruzione: una lapide in pietra molera con l’iscrizione “fu con oblazioni ampliata e ornata 1589 IV novembre”.
Essendo una proprietà pubblica, dunque, l’Oratorio della Madonna di San Bernardo avrebbe potuto essere smantellato senza vincoli. A tale scopo fu compiuto anche un accurato sopralluogo, effettuato nel settembre del 1786 – in presenza dei Deputati dell’Estimo – dall’ingegnere collegiato Angiolo M. Schira su incarico dell’Intendenza Provinciale.
Alla fine, però, si decise di non abbattere la chiesa, poiché essa all’epoca ospitava anche la scuola comunale: se l’edificio fosse stato demolito, si sarebbe presentato il problema di individuare una nuova sistemazione per insegnanti e studenti.
Per di più, i lavori di distruzione dell’edificio e di sbancamento del terreno avrebbero comportato dei costi consistenti, per una spesa nel complesso ritenuta troppo elevata e non conveniente.
Un’altra ipotesi che venne esaminata fu quella di realizzare il nuovo camposanto nell’area dell’Oratorio della Confraternita di San Rocco, che si trovava lungo la strada per Realdino (dove attualmente c’è il cortile all’incrocio tra via Piave e via Volta). Ma anche questa soluzione venne scartata: il terreno cepposo era giudicato inadeguato per lo scavo delle fosse destinate alle sepolture.
Si trovò, comunque, un fondo adatto: faceva parte del beneficio dell’Abbazia di Santa Maria degli Umiliati, che era stata eretta in epoca medievale nel punto in cui oggi sorge la Clinica Zucchi, e che dopo la soppressione dell’ordine voluta da Carlo Borromeo nel 1570 era stata ridotta in commenda a disposizione della Sede Pontificia.
Il terreno scelto per costruire il cimitero apparteneva, infatti, a un prelato che risiedeva a Roma, monsignor Francesco Cioia, il quale ne ricavava una rendita di 3.550 lire all’anno; il fondo era ubicato nella zona in cui oggi sorge il Castello Formenti, e soddisfaceva tutti i requisiti, inclusa la presenza di una strada di accesso.
Due anni più tardi, i caratesi si ritrovarono nella piazza della chiesa, richiamati dal suono della campana, per assistere all’asta pubblica che avrebbe assegnato l’appalto dell’opera.
Grande fu la sorpresa quando si scoprì che l’ubicazione stabilita per il nuovo cimitero era cambiata di nuovo: la scelta era caduta su un terreno agricolo appartenente a un certo Giuseppe Colla. Un fondo situato da tutt’altra parte rispetto a quello individuato in precedenza: si affacciava, infatti, sulla via del Pozzone, all’incrocio con la strada che portava ad Albiate.
In un modo o nell’altro, insomma, monsignor Cioia era riuscito a mantenere il proprio fondo e la rendita che esso gli garantiva.
Il camposanto di Carate fu infine realizzato: progettato dall’ingegnere milanese Stefano Calvi, venne costruito dall’impresa di Francesco Longone, che con un’offerta di 1.914,19 lire aveva ottenuto l’appalto.
Nell’antica via del Pozzone, proprio dopo le ultime case del borgo oltre la cosiddetta Curt Nova, una scalinata fiancheggiata da siepi di carpini nani conduceva all’ingresso del piccolo cimitero, caratterizzato da una forma circolare piuttosto insolita, con un diametro di poco meno di 29 metri.
Qui, tra il 1790 e il 1845, furono seppelliti tantissimi caratesi, ma anche il filosofo piacentino Gian Domenico Romagnosi e il suo protettore e amico Luigi Azimonti, commerciante milanese; successivamente, i loro corpi vennero traslati nel nuovo cimitero di Carate, realizzato a metà del XIX secolo lungo la strada che dalla Chiesa della Madonna di San Bernardo porta ad Agliate.

Sostieni Viaggiare in Brianza!
I contenuti di Viaggiare in Brianza sono gratuiti, e lo rimarranno sempre. Questo non vuol dire, però, che una donazione non sia apprezzata 🙂 Se ti va, puoi supportarmi cliccando qui sotto e lasciando un’offerta, scegliendo l’importo che desideri. Grazie!
Se hai trovato interessante questo articolo, potresti iniziare a seguire Viaggiare in Brianza su Facebook, Instagram e X!
Cliccando qui sotto, puoi scrivermi per inviarmi segnalazioni, suggerimenti, idee o proposte di collaborazione: in qualunque caso, ti risponderò il prima possibile.
