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Ponte di Realdino a Carate Brianza

Il Ponte di Realdino a Carate Brianza

Il Ponte di Realdino di Carate Brianza si trova nella zona in cui, più di mille anni fa, fu costruita un’enorme fortezza: il Castello di Aià, cioè il Castello di Agliate. In questo articolo ti racconto la storia del ponte e quella del castello, ma non solo: troverai tante altre curiosità a dir poco sorprendenti.

Il Ponte di Realdino a Carate Brianza: la storia

Lungo 140 metri, il Ponte di Realdino a Carate Brianza fu inaugurato il 3 settembre del 1908; progettato dall’ingegner Ferdinando Leonardi, venne realizzato in cemento armato dalla Ditta Fratelli Vender ed Ing. Leonardi & C.

In origine si era pensato di costruirlo in ferro, ma tale ipotesi venne accantonata perché, anche se inizialmente avrebbe comportato una spesa minore, sarebbe costata di più in seguito per le verniciature e la manutenzione.

All’epoca in cui fu eretto, il Ponte di Realdino era una delle opere in cemento armato più importanti del nostro Paese, non solo per la lunghezza, ma anche per l’altezza del piano stradale rispetto al fiume.

Ponte di Realdino a Carate Brianza
Il Ponte di Realdino

Non tutti sanno che per le fondamenta di questo ponte vennero utilizzati dei massi erratici provenienti dalla valletta della Brovada, distrutti appositamente per la realizzazione del manufatto.

Per questo motivo il ponte – come scritto da Germano Nobili nel volume Carate tra storia e preistoria – ha rappresentato da un lato un capolavoro di ingegneria, ma dall’altro lato la “tomba delle nostre più antiche radici”.

Il Ponte di Realdino a Carate Brianza e i massi erratici della valle della Brovada

A questo punto vale la pena di intraprendere un viaggio a ritroso nel tempo per saperne di più su quelle che lo stesso Nobili definì “le enigmatiche pietre cupelliformi della Brovada”.

Prima, però, ti spiego che cos’è un masso erratico: molto semplicemente, un grande blocco di roccia che un ghiacciaio in epoche lontane ha trasportato a fondovalle.

Nel 1883 il professore milanese Tito Vespasiano Paravicini scoprì un masso erratico di serpentino nella porzione caratese della valletta della Brovada compresa tra il Lambro e Villa Raverio (la valletta prende il nome da un ruscello – la Brovada, appunto – dove un tempo erano solite venire a dissetarsi le operaie dell’opificio Krumm, nei pressi della Peschiera di Realdino).

La peculiarità di questo masso era la presenza di coppelle scolpite, cioè di incavi emisferici (o, per dirla ancora più semplicemente, di cerchi scavati all’interno).

La scoperta del professor Paravicini venne resa nota attraverso una pubblicazione sulla Rivista Archeologica di Como, che mostrò anche un disegno del masso inciso.

La notizia destò una forte curiosità nell’ambiente (l’incisione di coppelle, secondo gli studiosi, risale al periodo più antico del Neolitico), al punto che altri esperti si cimentarono in ricerche sul territorio.

Fu così che altri due massi di serpentino cupelliformi furono individuati – sotto uno strato di muschio e terra – poco tempo dopo sempre nel bosco della Brovada, nel punto in cui vi era una biforcazione del sentiero verso Cascina Contravaglio.

I massi riportavano parecchie coppelle, profonde fino a 6 centimetri, con un diametro compreso tra i 7 e i 15 centimetri.

Questa scoperta era di fondamentale importanza per due aspetti.

Il primo: i massi erratici, come detto, erano di serpentino, una pietra tipica del massiccio del monte Disgrazia, che si trova fra la Valmalenco e la Valmasino. Ciò voleva dire che nel corso delle grandi glaciazioni dell’Era Quaternaria un ghiacciaio del Disgrazia era sceso fino alla Brianza, trascinando a valle i massi che poi erano rimasti lì dopo che i ghiacci si erano ritirati.

Il secondo: la lavorazione a coppelle dei massi dimostrava che in questa zona della Brianza c’era stato un insediamento umano antichissimo, databile forse a 5mila anni fa.

Ma qual è il significato delle coppelle? Prima di (provare a) rispondere, una premessa è necessaria: non esistono certezze, ma si possono solo avanzare delle ipotesi.

Gli studiosi hanno proposto diverse teorie in merito.

Si è detto, per esempio, che la disposizione delle coppelle richiamerebbe la configurazione di una costellazione (forse Castore e Polluce, forse l’Orsa Maggiore). Ma, per citare le parole di Germano Nobili, “è evidente che qualsiasi serie di punti disseminati su una superficie piana può trovare riferimento all’una o all’altra costellazione, tanto varia e complessa è la topografia della volta celeste”.

Altre supposizioni hanno fatto riferimento a riti funebri o a espressioni di una religiosità primitiva, in relazione alle forze naturali che regolavano i cicli vitali. La realizzazione delle coppelle, in sostanza, sarebbe stata correlata a preghiere e atti di fede, durante i quali si versavano nei canaletti tra gli incavi dei liquidi sacrificali: acqua, latte o addirittura sangue. Sono ipotesi, come detto: te le propongo senza attribuire loro alcun valore di certezza.

La teoria per cui i massi cupelliformi della Brovada siano da interpretare come testimonianze di una zona sacra abitata migliaia di anni fa fu avanzata fra l’altro dal caratese Leopoldo Pozzi, colonna portante del Gruppo Ricerche Archeostoriche del Lambro e fondatore del Museo civico di Biassono.

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A questo punto, però, potresti chiederti: che fine fecero i massi erratici ritrovati nella valletta della Brovada?

Ebbene, alcuni pezzi all’inizio del Novecento furono portati al Museo Archeologico di Milano e collocati nel cortile del Castello Sforzesco di Milano.

Altri – come detto – vennero frantumati e impiegati per il Ponte di Realdino di Carate Brianza che, ancora oggi, scavalca il fiume Lambro.

Il Castello di Aià

Proprio nella zona del Ponte di Realdino c’è un altro luogo storico di Carate. Il poggio che – andando verso Besana – si incontra sulla sinistra subito dopo il ponte, dove inizia la strada che conduce a Costa Lambro, si trova in una località soprannominata Castello.

La ragione del nome è facile da intuire: proprio qui, un tempo, sorgeva un castello.

Era il cosiddetto Castello di Aià (cioè di Agliate), i cui ruderi sono segnalati su un’antica mappa risalente alla seconda metà del XVI secolo (forse utilizzata da Carlo Borromeo per le sue visite pastorali in Brianza).

Il Castello di Agliate
Il Castello di Aià nella ricostruzione effettuata dall’architetto Claudio Villa sulla base di documenti d’epoca (immagine tratta dal libro Carate tra storia e preistoria di Germano Nobili)

Il castello fu costruito con tutta probabilità tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, all’epoca delle invasioni degli Ungheri, quando la zona di Costa Lambro si chiamava Castellanza d’Agliate.

Nella fortezza vivevano i Confalonieri d’Agliate, capitani della pieve, che erano i feudatari, e la loro servitù; ma il complesso accoglieva anche gli alloggiamenti dei soldati e dei coloni impiegati nelle terre adiacenti, che in caso di necessità avevano la possibilità di trovare riparo qui con i loro familiari.

Stiamo parlando di un’epoca in cui i beni – e le popolazioni stesse – erano spesso minacciati dalle scorrerie degli Ungheri, in cerca di bottini nelle campagne della Brianza (e non solo).

I Confalonieri d’Agliate provenivano dalla stirpe di Ansperto di Biassono, che fu arcivescovo di Milano tra l’869 e l’881 e che – si dice – fece costruire la Basilica di Agliate.

Il nome dei Confalonieri derivava dal diritto, di cui godevano, di portare in guerra il gonfalone della Repubblica Ambrosiana (in seguito poterono sfruttare tale privilegio unicamente nel corteo di ingresso degli arcivescovi di Milano).

Intorno alla metà del Duecento, il Castello di Aià dominava i boschi della valletta della Brovada e tutta la valle del Lambro.

Al tempo, ovviamente, il Ponte di Realdino non esisteva ancora, e in quel punto non c’erano altri ponti che consentissero di attraversare il Lambro: per farlo, era necessario andare fino ad Agliate.

C’era, invece, una piccola strada che da Realdino affiancava il fiume e consentiva di arrivare a Riverio, e poi da qui a Rancate e Ponte Albiate. Tale strada di fondovalle era protetta da un avamposto che – si dice – era collegato con un cunicolo sotterraneo alla fortezza.

Il Castello di Aià era così grande che al suo interno erano presenti ben tre chiese, citate dallo storiografo e presbitero Goffredo da Bussero nel suo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani: una chiesa dedicata a Santa Maria, una a San Lorenzo e una a San Martino. In più, c’era anche un altare intitolato a Sant’Adriano.

L’ultimo signore della fortezza fu Stefano Confalonieri, ritenuto un protettore dei Catari (che la Chiesa considerava eretici), a cui concedeva asilo sulle rive del lago di Lugano, dove aveva un castello (la fortezza di Albogasio, in Valsolda); ma non si può escludere che facesse lo stesso anche ad Agliate.

Confalonieri fu messo al bando dal Sant’Uffizio insieme ad altri suoi complici, tra cui Daniele da Giussano e Clinoro di Milano. Ne seguì una congiura che portò, il 6 aprile del 1252, all’uccisione dell’inquisitore Pietro da Verona nei boschi tra Meda e Barlassina.

[Se vuoi leggere un resoconto più dettagliato dell’uccisione di Pietro da Verona, puoi cliccare qui e leggere questo articolo, dedicato al Santuario di San Pietro Martire di Seveso: troverai un racconto approfondito di tutto l’episodio]

Essendosi pentito, Daniele da Giussano svelò il nome delle persone coinvolte nel delitto: Confalonieri fu accusato di aver pagato personalmente i due sicari che avevano assassinato Pietro.

Pertanto, il 12 aprile del 1252 egli venne bandito dal podestà di Milano. Tuttavia non rinunciò a proseguire nel proprio operato, e così il 12 gennaio del 1260 venne condannato a prigionia perpetua. Riuscì comunque a evadere, ma nel 1265 cadde ancora fra le mani degli inquisitori. Fu, quindi, condannato di nuovo, mentre i suoi beni furono confiscati: una sorte che, di conseguenza, coinvolse anche il Castello di Aia.

Cominciava, dunque, la fase di decadenza della fortezza, destinata alla distruzione e al conseguente oblio.

Negli anni successivi, i materiali degli edifici del castello furono utilizzati per altre costruzioni.

Inoltre, andarono perduti tutti i reperti antichi che nei secoli la famiglia Confalonieri aveva raccolto: fra questi, una lapide romana dedicata all’aruspice Veraciliano, monete di bronzo e monete di argento.

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