La storia della località di Verzago ad Alzate Brianza è strettamente legata a quella di un’antica e suggestiva residenza nobiliare: Villa Giovio. In questo articolo ti parlo delle famiglie che hanno abitato in questa sontuosa dimora fino al 1929, anno in cui essa venne lasciata in eredità a una scuola di Milano per persone sorde.
Tutto quello che ti serve sapere
Verzago
Lo storico Luigi M. Gaffuri, nel volume Alzate Brianza. Storia folclore ambiente, rivela che nei documenti più antichi la località di Verzago era chiamata Vederzago (nel 1054), Verdeiaco (nel 1060) e Vertezago (nel 1224).
Nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, risalente alla fine del XIII secolo, l’autore Goffredo da Bussero usava già il toponimo Verzago, e citava la piccola chiesetta locale: l’Oratorio di San Vittore.
A Verzago ebbe possedimenti – nell’XI secolo – l’arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano, molto probabilmente grazie a un’eredità paterna. Quando morì nel 1045, Ariberto lasciò le sue ricchezze – incluse le proprietà di Verzago – al Monastero di San Dionisio di Milano.
I Dugnani
Nel XVI secolo, i proprietari dell’attuale Villa Giovio erano i Dugnani.

Quella dei Dugnani era una famiglia milanese nobile e di antiche origini, che “diede alla patria decurioni, fisici e dottori di collegio, questori, senatori, vicarii di provvisione, cavalieri gerosolimitani e mauriziani, ciamberlani” (come riferito da Gian Battista di Crollalanza nel Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti).
I Giovio
Nel febbraio del 1569, Ippolita Dugnani – figlia di Alessandro Dugnani – andò in sposa a Ottavio Giovio: per effetto di questo matrimonio, la proprietà di Verzago passò dai Dugnani ai Giovio.
Alla cessione della villa, però, era legata una disposizione benefica imposta dai Dugnani: ogni anno, nel giorno di tutti i Santi, si sarebbe dovuto provvedere alla distribuzione di pane, vino e denaro a tutti coloro che ne avessero fatto richiesta, privilegiando le persone più bisognose.
La famiglia Giovio era originaria dell’Isola Comacina. Il personaggio più illustre della casata fu Paolo Giovio, letterato e storico che fu vescovo di Nocera, fratello di un altro storico, Benedetto. A loro appartenne il sontuoso palazzo di Como (Palazzo Giovio, appunto) poi divenuto sede del Museo Archeologico.

Tra i residenti celebri di Villa Giovio a Verzago ci fu il conte Giambattista Giovio, poeta e poligrafo che ebbe relazioni epistolari con personaggi come il poeta Ippolito Pindemonte, il giurista Vincenzo Cuoco e il fisico Alessandro Volta. Egli ospitò nella villa di Verzago anche Ugo Foscolo, come ti racconto nel post qui sotto.
Giambattista Giovio era solito trascorrere a Verzago la maggior parte della stagione autunnale: arrivava con la famiglia a metà ottobre e rimaneva un paio di mesi; poi, pochi giorni prima di Natale, tornava nel suo palazzo di Como.
Alla fine del Settecento, fu proprio Giambattista Giovio a decidere di abbattere la Chiesa di San Vittore di Verzago per sostituirla con un altro oratorio, che però fu costruito all’interno della villa ed era quindi inaccessibile alla popolazione.
La demolizione della vecchia chiesetta, tuttavia, avvenne senza alcun permesso da parte della parrocchia. Il prevosto Bellini ebbe modo di scrivere in seguito: “confisca di diritti, di libertà, di comodità a danno della Chiesa e della popolazione e a tutto solo commodo privato della Casa che ne impedisce il libero accesso con un cancello a chiave, che pretende considerarlo come oratorio privato”.
Non solo: don Bellini denunciò che, nella stagione della coltivazione dei bachi, i Giovio erano soliti trasformare l’oratorio in un magazzino “dove tenere in fresco la foglia di gelso, rimandando a giorno più libero il celebrarvi la Messa per comunicare gli infermi”.

Nel 1828 il conte Francesco Giovio, secondogenito di Giambattista, fece collocare nella chiesetta di Verzago da poco costruita una lapide risalente al 1295 prelevata dal Ponte di Sant’Abbondio a Como. La lapide, corredata di un’effigie del santo, riportava una scritta in cui si faceva riferimento all’erezione del ponte “ad honorem Sancti Abondii confessoris cumani”, cioè in onore di Sant’Abbondio, confessore comasco, sotto il governo di Ubertino Visconti, podestà del Comune, e di Pasio da Briosco, capitano del popolo di Como.
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Nel 1835 Carlo Annoni nel suo saggio Monumenti e fatti politici e religiosi del Borgo di Canturio citava i boschi di Verzago, “folti di pineti” introdotti dal conte Giambattista Giovio “e che ora dal Conte Cavaliere di lui figlio, intelligente agronomo, si vanno sempre più aumentando”.

Nel 1848 giunse a Verzago la contessa Beatrice Giovio, figlia di Francesco.
Nata nel maggio del 1828 a Como, Francesca a diciassette anni aveva sposato Pietro Torresani, figlio del barone Carlo Giusto Torresani, che era direttore della polizia di Milano.
I due avevano abitato proprio nel palazzo della direzione di polizia a Milano, in contrada Santa Margherita; Beatrice vi era rimasta anche dopo la prematura morte del marito, deceduto a soli 29 anni nel 1847.
Nel 1848, però, fu costretta a fuggire, per le conseguenze della rivoluzione in corso: dopo che la folla e i prigionieri liberati avevano invaso e saccheggiato il suo appartamento, lei – travisata indossando il costume tipico brianzolo della balia di sua figlia Clelia – riuscì a trovare rifugio a Verzago.
In seguito Beatrice si sposò con il barone Antonio Mollinary, barone austroungarico di origini ungheresi con ascendenze italiane, con il quale andò a vivere nella Villa Soave di Capiago Intimiano.
I bambini del Pio Istituto Sordomuti a Verzago
I Giovio mantennero la villa di Verzago fino agli anni ’20 del Novecento.
L’ultima proprietaria, la contessa Maria De Sethz Giovio, alla sua morte – avvenuta il 14 aprile del 1929 – lasciò la villa e i possedimenti di Verzago in eredità al rettore pro tempore del Pio Istituto Sordomuti di Milano, ente di cui era stata benefattrice già in vita.

La nobildonna, in particolare, dispose che la villa avrebbe dovuto essere utilizzata come casa di campagna per i sordomuti dell’istituto.
Come raccontato sulla rivista Giulio Tarra (n. 4 del 2014), grande fu “il dono di questa eredità. Grande per l’ampiezza della Casa che fu facile trasformare, con l’aiuto del ‘Comitato Pro Mutis’, in un piccolo Istituto dotato di tutti gli ambienti necessari ad una vita di comunità. Grande per l’estensione dei terreni agricoli e boschivi, per i giardini ornati” e “per la bellezza della posizione: la villa infatti è situata su una collina da cui si gode un ampio panorama della Brianza, incorniciato dalle Prealpi comasche e bergamasche”.
Per 50 anni i piccoli allievi dell’istituto trascorsero le vacanze estive nella villa di Verzago (“due mesi estivi rallegrati da tante iniziative e da belle passeggiate, un caro ricordo di tante buone persone incontrate in chiesa e di tanti coetanei”), perpetuando la consuetudine di recarsi – ogni domenica – alla tomba della benefattrice per recitare una preghiera.
Negli anni della Seconda Guerra Mondiale, gli ospiti dell’istituto vissero qui anche durante i mesi di scuola.

Nel tempo fu elaborato anche un progetto per trasformare la villa nella sede della scuola materna dell’istituto, ma l’idea non si concretizzò.
Nella seconda metà del Novecento, con la chiusura delle scuole dell’istituto e a causa di difficoltà economiche, la villa è stata venduta a privati.
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Se vuoi conoscere la storia di Verzago in maniera ancora più approfondita puoi consultare il libro di Luigi M. Gaffuri Alzate Brianza. Storia ambiente folclore.
