Francesco Anzani è stato un patriota che nel XIX secolo ha combattuto al fianco di Giuseppe Garibaldi in Sudamerica. Il suo paese di origine, Alzate Brianza, gli ha dedicato un monumento, ma anche a Genova c’è una targa che lo ricorda. Vuoi scoprire tutte le avventure della sua vita? Leggi il resto di questo post!
Tutto quello che ti serve sapere
Francesco Anzani e Alzate Brianza
Ad Alzate Brianza, in piazza Roma, esiste un monumento dedicato a Francesco Anzani. A lui è intitolata anche la scuola primaria del paese.
Ma chi era Francesco Anzani?
Te lo spiego subito, prendendo a prestito le parole scritte da Luigi M. Gaffuri nel libro Alzate Brianza. Storia, ambiente, folclore: “Francesco Anzani è un personaggio molto noto nell’epopea garibaldina, anche se la sua morte prematura non gli permise di affiancarsi all’Eroe nizzardo nelle operazioni militari in patria”.

Ti racconto tutto nelle prossime righe!
La vita di Francesco Anzani
Francesco nacque l’11 novembre del 1809 ad Alzate, figlio di Luigi Anzani e di Rosa Cantù.
“Della sua fanciullezza i vecchi ricordano un fatto, che prova di quanta vivacità egli fosse e di quale tempra; perché appena decenne si sarebbe arrampicato – non so per quale bisogna – su la torre romana che domina il paese aggrappandosi alle commettiture delle pietre” (da La Stampa del 3 settembre 1911).
Ancora bambino, restò orfano di entrambi i genitori, e per questo fu inviato dallo zio paterno don Giuseppe Anzani (che era il parroco del paese) nel seminario di Lecco.
Trasferitosi nel collegio di Gorla, studiò poi al liceo di Como e – nel 1830 – si iscrisse all’Università di Pavia, alla facoltà di matematica.
In Grecia, in Francia, in Portogallo e in Spagna
Dopo essere già stato in Grecia per combattere a fianco della popolazione ellenica in lotta per conquistare la libertà, nel 1832 – non ancora concluso il suo secondo anno di università – Anzani si recò in Francia, dove conobbe Giuseppe Mazzini e prese parte al moto rivoluzionario del 5 e del 6 giugno: un’insurrezione repubblicana (descritta anche da Victor Hugo nei Miserabili) che si tramutò in un tentativo (fallito) di rovesciare la monarchia.
In seguito Francesco si spostò in Portogallo, dove si arruolò – con il nome di guerra di capitano Ferrari – fra i volontari di Oporto, impegnati a contrastare il governo del re Michele e a difendere i principi costituzionali.
Dopo l’ascesa al trono di re Michele, infatti, il Portogallo stava facendo i conti con una guerra civile tra i liberali, che sostenevano l’ex regina Maria II, e i conservatori, dalla parte del nuovo monarca: il conflitto, che rispecchiava le lotte ideologiche tra liberalismo e assolutismo che si stavano diffondendo in tutto il continente, attirò in entrambe le fazioni sostenitori provenienti da altri Paesi.
Anzani era uno di questi: egli, tuttavia, in terra lusitana si ammalò e venne ferito alla testa, con conseguenze comunque non gravi.
Dopo la vittoria dei liberali portoghesi, Anzani venne chiamato come ufficiale nel reggimento dei Cazadores di Oporto (i Cacciatori di Oporto), guidati dal generale di origini liguri Gaetano Borso di Carminati.
L’alzatese, invece, nell’estate del 1833 raggiunse la Spagna, dove combatté a sostegno dei liberali di Maria Cristina contro i legittimisti di Don Carlos di Borbone (che si era autoproclamato re dopo la morte di Ferdinando VII).
Quindi si arruolò nella Legione straniera con il grado di capitano, di nuovo agli ordini di Gaetano Borso di Carminati.
Anche in Spagna Anzani fu ferito; poi, ristabilitosi, fu colpito – durante un assalto a una ridotta a Chiva, nella regione di Valencia – da un masso che lo centrò in petto, abbattendolo e lasciandolo in gravi condizioni.
D’altra parte Francesco Anzani combatteva per difendere l’ideale della libertà: poco importava che si trattasse della libertà di nazioni straniere. Per questo principio, egli era disposto anche a mettere in pericolo la propria vita.
Il ritorno in Italia
Il brianzolo riuscì comunque a guarire, e nel 1838 ritornò in Italia.
Tuttavia, non appena sbarcò a Genova venne arrestato dalla polizia sarda, e da questa consegnato alla polizia austriaca.
Dopo un periodo di reclusione a Milano, venne liberato, ma comunque costretto alla libertà vigilata ad Alzate.
In Italia, insomma, Francesco fu perseguitato, sorvegliato e incarcerato dagli austriaci, che temevano “il suo nome e il suo esempio” (come ricordato dal medico condotto di Alzate dell’epoca, il dottor Giberto Scotti, che di Anzani era intimo amico).
Ecco perché in patria non riuscì a rimanere molto: sentiva la nostalgia di una “vita avventurosa di stenti e di eroismi” (per usare le parole di Luigi M. Gaffuri).
Così, chiese un passaporto alle autorità austriache, le quali – dal canto loro – non vedevano l’ora di togliersi di torno quella presenza ingombrante.
Passaporto concesso, dunque, ma a una condizione: che Anzani se ne andasse non solo dall’Italia, ma addirittura dall’Europa.
In Sudamerica
E così fece Francesco, imbarcandosi il 21 aprile del 1839 per il Sudamerica: proprio la terra da cui erano arrivate notizie di un certo Giuseppe Garibaldi.
Anche Garibaldi, infatti, era stato costretto ad andare via dall’Italia, dopo che – nel 1834 – in seguito al fallimento dei moti mazziniani era stato condannato a morte in contumacia: dopo una tappa in Francia, egli aveva raggiunto il Brasile stabilendosi nel Rio Grande del Sud.
Proprio in Brasile, Anzani trovò lavoro come impiegato di commercio, a San Gabriele.
La lotta tra Francesco Anzani e il capo dei Mattos
Anche in tale veste, egli diede prova del proprio coraggio e del proprio carattere: da solo, infatti, si ritrovò ad affrontare il capo dei Mattos, un indiano che incuteva terrore in tutte le città e in tutti i villaggi della provincia.
Il prepotente indigeno un giorno si presentò a San Gabriele per taglieggiare la popolazione locale, che cedette subito alle imposizioni del bandito temendo terribili rappresaglie.
Tutti gli abitanti si chiusero in casa, sperando che il capo dei Mattos non li raggiungesse.
Invece, Anzani rimase imperturbabile e mantenne aperto l’emporio di merci in cui lavorava.
Quando il criminale entrò, con armi ben visibili alla cintura, l’alzatese – da bravo contabile brianzolo – non fece una piega, per non riconoscergli alcuna autorità.
Il bandito ordinò di versargli dell’acqua ardienta, e il buon Anzani gli chiese di pagare.
Il resto della storia lo lascio al racconto di Achille Bizzoni nell’opera Garibaldi nella sua epopea.
“Meravigliato, il selvaggio, dell’ardire di colui che non si staccava dal suo mastro per rendergli l’omaggio della paura, gli disse terribile: – Non sai chi sono io? Il capo dei Mattos.
Credeva di vedere l’interlocutore cader ginocchioni; ma niente di tutto ciò.
– Sta bene, ma paga prima.
Il selvaggio ricorse agli argomenti persuasivi del suo arsenale, traendo una pistola e spianandola contro Anzani:
– Versami l’acqua ardienta o ti ammazzo!
Anzani non ne volle di più”.
Secondo il racconto di Bizzoni, l’alzatese scavalcò il banco che lo separava dal bandito e lo aggredì, afferrandogli la mano destra per impedirgli di utilizzare la pistola; quindi, avendolo disarmato, lo prese a pugni e calci, inducendolo ad andarsene.
Da quel giorno, il capo dei Mattos non tornò più a San Gabriele. Per questo la popolazione locale salutò il buon Anzani come liberatore, quasi elevandolo a figura leggendaria, tanto onesto quanto cortese, intrepido e modesto.
L’incontro tra Francesco Anzani e Giuseppe Garibaldi
Ma di stare con le mani in mano non se ne parlava: e così il giovane brianzolo riprese le armi, per difendere la Repubblica Riograndese, schierato contro l’imperatore del Brasile al fianco dei Farrapos (cioè straccioni: così gli imperiali chiamavano i ribelli), alla guida della fanteria di Juan Antonio.
Anzani, venuto a sapere delle imprese di cui Garibaldi si era reso protagonista proprio nel Rio Grande, fu animato dalla voglia di incontrare quell’esule italiano che, pur lontano, combatteva proprio come lui per la causa della libertà di un popolo straniero.

E d’altro canto il nome di Anzani non era ignoto a Garibaldi, che era venuto a sapere delle prodezze di quel coraggioso e valoroso ufficiale italiano che era stato costretto a lasciare l’Europa.
I due, insomma, si conoscevano di fama, ma non di persona: ed entrambi nutrivano il desiderio di incontrarsi.
Fu ciò che avvenne dopo che l’esercito repubblicano per la Serra, in ritirata, si era accampato a San Gabriele.
Così l’incontro fu narrato da Giuseppe Cesare Abba, che nel 1860 avrebbe fatto parte della spedizione dei Mille: “A San Gabriele, al passo di un torrente, [Garibaldi] vede un uomo che sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu sei Anzani!» grida egli a quell’uomo, «E tu Garibaldi!» risponde l’altro. S’erano per fama invaghiti l’uno dell’altro”.
Garibaldi possedeva due camicie e un paio di pantaloni malandati; Anzani di pantaloni ne aveva due paia: il baratto fu immediato.
In seguito Anzani assunse il comando delle forze che fino a San Gabriele erano state guidate da Garibaldi, il quale partì per Montevideo.
Lo stesso Anzani, però, decise di ritirarsi dalla guerra, dal momento che la questione riograndese andava incontro a una risoluzione, e non c’era più motivo di combattere.
L’alzatese voleva raggiungere in Uruguay Garibaldi, che – in compagnia di numerosi italiani, la maggior parte dei quali liguri della colonia di Montevideo – stava combattendo per la libertà della popolazione locale contro il generale Juan Manuel de Rosas, dittatore della Repubblica Argentina.
Arrivato nella città uruguayana di Paysandù – era la fine di giugno del 1842 –, Anzani venne a sapere che Garibaldi, ritrovandosi con cinque imbarcazioni nel fiume Paranà accerchiato dalle truppe dell’ammiraglio William Brown, era riuscito a raggiungere la costa insieme ai suoi uomini e aveva incendiato la propria flottiglia pur di non cederla al nemico.
Anzani, però, si ritrovò solo e senza possibilità di rintracciare i suoi prodi connazionali: tornò dunque a lavorare come impiegato di commercio al Salto, nel magazzino di un bresciano.
Ma un nuovo incontro con Garibaldi cambiò ancora le carte in tavola: l’eroe nizzardo, infatti, a Montevideo aveva costituito la Legione Italiana, che scelse di affidare proprio ad Anzani. Era il luglio del 1843.
In effetti la legione non navigava in buone acque, e l’intervento di Anzani fu provvidenziale, indispensabile per evitare una catastrofe.
Apprezzato da Garibaldi per le sue capacità in materia di organizzazione militare e per la sua vasta cultura, l’alzatese ebbe enormi meriti nelle vittorie delle Tre Croci (17 novembre 1843) e del Cerro (28 marzo 1844).
Egli, inoltre, svolse un ruolo di primaria importanza anche nel passaggio della Boyada e della Colonia del Sacramento (31 agosto 1845), come pure nello sbarco nell’isola di Martìn Garcia (5 settembre 1845) e nella difesa della fortezza dell’Hervidero.
Anzani e Garibaldi rimasero insieme per cinque anni: “cinque anni di contubernio gentile e comunione di pensiero, d’azione, di gloria”, per usare le parole dello storico Gaffuri.
Una dimostrazione eloquente di questo sodalizio si ebbe l’8 febbraio del 1846, quando i legionari guidati da Garibaldi, impegnati nella battaglia della pianura di San Antonio, riuscirono a respingere il nemico, pagando il prezzo di 36 morti e tantissimi feriti; ma l’eccidio sarebbe stato ancora più pesante se Anzani non avesse difeso, come ultimo baluardo, il Salto.
Garibaldi, nelle sue Memorie, così raccontò l’episodio: “Anzani ci aspettava, all’entrata della città — e volle abbracciarci tutti, commosso sino al pianto — Il modesto ed incomparabile guerriero — non avea disperato! Egli stesso me lo assicurava — Ma sì ardua, era stata la pugna! e sì sproporzionato il numero dei nemici! Egli avea riunito nella fortezza i pochi rimasti — la maggior parte feriti in convalescenza — ed aveva risposto alle intimazioni di resa — come Pietro Micca all’assedio di Torino — e come Pietro Micca, egli avrebbe mandato in aria il mondo, piutosto che arrendersi! Durante il conflitto — contando sull’imponenza delle sue forze, avea il nemico, intimato la resa a noi, ed a Anzani nel Salto — Già vedemmo la risposta ch’ebbe da noi nel campo — Ma più importante ancora fu la risposta d’Anzani: colla miccia alla mano — Chiunque più debole di lui — alle assicurazioni del nemico non solo — ma a quelle di Baez stesso, e della di lui gente: che tutto era perduto al di fuori — e che mi avean veduto cadere (ciò era vero ma soltanto ebbi il cavallo morto). Ma Anzani non disperava! Ed io lo accenno….. lo grido a quelli de’ miei concittadini, che disperarono qualche volta per la salvezza d’Italia!….. È vero, che sono pochi gli Anzani!”.
Le notizie delle imprese compiute dalla legione italiana di Montevideo si diffusero anche in Europa, grazie ai giornali francesi e inglesi e a Giuseppe Mazzini, che a Londra aveva avviato una pubblicazione dedicata a quelle gesta, ristampata anche in Italia.
A Firenze, Carlo Fenzi avviò una sottoscrizione pubblica finalizzata alla concessione di una medaglia d’oro ad Anzani (e di una spada d’onore a Garibaldi).
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Il 16 luglio del 1846, Pio IX – eletto papa un mese prima – concesse l’amnistia per i reati politici, consentendo agli esiliati politici di tornare in patria: un avvenimento che stimolò ulteriormente il movimento unitario attivo nella penisola e fece guadagnare al pontefice le simpatie dei liberali.
Non a caso, il 12 aprile del 1847 Anzani e Garibaldi inviarono una lettera a Pio IX, offrendosi di combattere per lui.
Poco dopo, a Montevideo si aprì una sottoscrizione per noleggiare un’imbarcazione che permettesse ai legionari di rientrare in patria.
La malattia e la morte
Nel marzo del 1848, però, Anzani si ammalò gravemente.
Il 15 aprile Garibaldi salpò – su un brigantino chiamato Speranza – alla volta dell’Italia, con la testa ai moti insurrezionali di Palermo e Messina di pochi mesi prima.
Con lui c’era anche Anzani, ma in condizioni di salute pessime. Eppure, tra sputi di sangue e febbre, arrivato in Spagna con gli amici legionari e saputo ciò che stava accadendo in Italia, il brianzolo non riuscì a fare a meno di esultare per la gioia.
Il 21 giugno egli giunse a Nizza, dove fu curato da Rosa, la madre di Garibaldi.
Volle poi imbarcarsi per Genova, dove – a casa del pittore Gaetano Gallino – fu assistito nei suoi ultimi giorni da suo fratello Giuseppe (arrivato da Alzate), da Garibaldi e da un altro membro della legione, Giacomo Medici (giunto dalla Toscana).
Il 2 luglio Garibaldi partì per Roverbella per mettersi a disposizione del re Carlo Alberto. “Al Medici che si mostrava di malumore l’Anzani stesso, un giorno, prendendolo per mano, diceva: ‘Medici, non esser severo con Garibaldi: è uomo il quale ha ricevuto dal cielo tale fortuna, che è necessità assisterlo e seguirlo. L’avvenire d’Italia da esso dipende. È predestinato'” (La Stampa, 3 settembre 1911).
Francesco Anzani morì la sera del 5 luglio 1848: “tisi polmonale” (come sarebbe stato scritto sul registro dei decessi della parrocchia di Alzate), forse peggiorata dalle conseguenze di quel masso che qualche anno prima lo aveva colpito in Spagna.
Dopo il decesso, lo scultore genovese Giovanni Battista Cevasco prese la maschera di Anzani, che in seguito sarebbe stata donata al Museo del Risorgimento di Genova.
Dalla Liguria, la salma del combattente brianzolo fu trasferita a Milano e poi ad Alzate.
Egli fu seppellito nel cimitero alzatese il 17 luglio del 1848, non lontano dalla tomba dello zio don Giuseppe, “coll’intervento di 30 sacerdoti, moltissima guardia nazionale di Milano, di Como, di Cantù, dei paesi circonvicini”, come scritto nelle annotazioni del registro parrocchiale dei decessi di quell’anno.
Sopra il luogo di sepoltura fu collocato un semplice sasso con la scritta C. lo F. Anzani.

Troppo poco per chi aveva combattuto in nome della libertà, anche se lontano dal proprio Paese?
Il monumento in memoria di Francesco Anzani
In effetti il 3 settembre del 1911, in occasione del 50esimo anniversario dell’Unità d’Italia, fu inaugurato il monumento a Francesco Anzani che possiamo ammirare ancora oggi in piazza Roma: come raccontato da Gaffuri, “le sue sembianze furono modellate nel bronzo da Leonardo Bistolfi ed il suo valore fu ricordato in una lunga epigrafe incisa sulla parte posteriore del monumento stesso”.

L’epigrafe sulla facciata del monumento recitava: “A Francesco Anzani l’Italia e gl’italiani dell’America Latina”.
Sulla parete posteriore, invece, fu scritto: “Ovunque ne’ due mondi combatté per la libertà dei popoli dal 1830 al 1848. Sempre Italia fu il grido Italia il pensiero Italia la meta. E quando a compiere il voto filiale alfine la materna penisola rivide la santa gioia di soccorrerla della sua mente e della sua spada temprate per lei in cento pugne lontane invidiata gli fu dalla morte. Ma la virtù spirata da lui quasi anima della rivoluzione si spiegò nei discepoli moltiplicata e più nel più grande cui da Luino al Volturno a Digione egli fu postuma guida spirituale come già gli era stato fratello maestro salvatore profeta. Dal lungo oblio ch’indi lo coperse risorge e splende come in luce luce. Nel cinquantenario dell’italica risurrezione”.
Quello stesso giorno, la salma di Anzani fu rimossa dal luogo in cui era stata sepolta: venne fotografata e di nuovo seppellita, questa volta sotto una pietra tombale più grande e meno misera del sasso che fino ad allora aveva contraddistinto il luogo consacrato al ricordo dell’eroe.
La targa per Francesco Anzani a Genova
Una targa dedicata a Francesco Anzani, oggi, è presente anche a Genova, nel Sestiere della Maddalena, in piazza del Portello: fu posata il 10 dicembre del 1916.
Ormai sbiadita e resa quasi illeggibile dal trascorrere del tempo, recita: “Francesco Anzani da Alzate eroico generale di Garibaldi, reduce da Montevideo e dal Salto, rese la fortissima anima a Dio in questa casa il 5 giugno 1848”.
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